Ndrangheta a Reggio: “Impossibile che la politica non si fosse accorta di niente”
Dibattito sul libro di Sabrina Pignedoli, Pd in graticola per il caso Brescello

27/11/2015 – “E’ impossibile che in 32 anni i politici, alcuni politici, non si fossero accorti che la ndrangheta penetrava sempre più in profondità. Vi è stata una sottovalutazione drammatica del fenomeno, e di ciò è emblematica la testimonianza resa alla Dda da Graziano Delrio, quando balbettò di non sapere chi fosse Nicolino Grande Aracri. Una risposta assurda, nel 2012″.

Da sinistra: Guido Mora, Matteo Alberini, Vittorio Mete e Sabrina Pignedoli, autrice di "Operazione Aemilia"

Da sinistra: Guido Mora, Matteo Alberini, Vittorio Mete e Sabrina Pignedoli, autrice di “Operazione Aemilia”

Proprio intorno alle responsabilità della politica e ai silenzi della società reggiana si è dipanato il dibattito, ieri sera nella sala Di Vittorio della Cgil di via Roma alla presentazione del libro “Operazione Aemilia” nel quale la giornalista Sabrina Pignedoli ricostruisce, attraverso casi emblematici, la lunga marcia della cosca Grande Aracri nel reggiano e in Emilia. La cronista del Carlino ha insistito sulle responsabilità delle forze e gli ambienti politici, pur non toccati o solo lambiti dalle inchieste giudiziarie, che dominano incontrastati la scena locale dalla fine della guerra.

Stessa considerazione vale per l’imprenditoria: “E’ evidente che i clan non avrebbero avuto un ruolo se qualcuno negli avesse spalancato le porte – ha detto Pignedoli – Un esempio per tutti, il rapporto tra la cosca Grande Aracri e l’impresa Bianchini nella ricostruzione post terremoto: la Bianchini si accaparrava gli appalti con forti ribassi, grazie al clan forniva muratori a novecento euro, che dovevano pure pagarsi i contributi alla cassa edile. E per ciascuno Bolognino incassa mille euro mese: se erano 57 muratori, 57 mila euro al mese. Un gran bel stipendio, mentre i lavoratori erano sottopagati”.

Al dibattito, coordinato da Matteo Alberini della segreteria della Camera del Lavoro di reggio Emilia, insieme all’autrice sono intervenuti il sociologo Vittorio Mete dell’università Magna Grecia di Catanzaro e   il segretario provinciale della Cgil Guido Mora.

Si è parlato dei paesi-specchio creati dai calabresi nel Nord (come i cutresi a Reggio, o quelli di Platì a Buccinasco) dove – ha detto Mete – i mafiosi sono riconosciuti come tali, e del caso eclatante di Brescello, dove – ha ricordato Pignedoli – un paese è sceso in piazza, parroco in testa, per difendere il sindaco Marcello Coffrini, ma in piazza c’erano anche i figli di Francesco Grande Aracri.

Sabrina Pignedoli

Sabrina Pignedoli

Un punto su cui il sociologo Mete è scivolato in modo grossolano, a conferma del fatto che anche l’università si nutre di pregiudizi: per lui l’atteggiamento dei brescellesi, brava gente chiusa in difesa della propria identità, sarebbe conseguenza dell’ “onda lunga leghista”. Peccato che a Brescello domini il Pd, e che proprio la leader leghista locale, Catia Silva, sia stata minacciata in piazza dai Grande Aracri (episodio per il quale è in corso un processo) e anzi per anni abbia subito intimidazioni e un drammatico isolamento politico, mentre il Pd considerava Francesco Grande Aracri “una persona composta e educata”, come disse Coffrini nella clamorosa intervista a Cortocircuito. Se Mete almeno si fosse informato, avrebbe evitato una brutta figura.

Guido Mora

Guido Mora

Per Guido Mora il Pd nella vicenda di Brescello  ha perso credibilità: “Non ha avuto un atteggiamento responsabile”. Anche per questo il segretario della Cgil  ha posto il problema di creare strumenti adeguati che aiutino a riconoscere i fenomeni mafiosi, i contatti, i mille segnali lasciati della presenza delle cosche. Secondo Mora  va data una risposta concreta costruendo una “rete” capace di porre un argine solido alle mafie. Questione quanto mai urgente perchè “neanche i delegati  e i sindacalisti a tempo pieno sono abbastanza preparati: in certe fasi e in certe situazioni, parlo ad esempio dell’edilizia, avremmo dovuto avere più coraggio”

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Una risposta a 1

  1. M.P. Rispondi

    27/11/2015 alle 19:19

    Non tutti i reggiani sono cittadini inconsapevoli, non tutti stanno zitti e non tutti sono collusi.
    Qualche voce fuori dal coro c’è, come quella di Sabrina Pignedoli, giornalista dallo spirito forte e indipendente.
    Ho letto il suo libro. Lo stile è splendido, elegante, pulito. Non v’è alcuna illazione gratuita, non v’è accanimento.
    Le è stato sufficiente raccontare le vicende più emblematiche degli ultimi anni, per inquadrare l’impronunciabile decadimento del mito di Reggio, città esemplare.
    Se Reggio fosse davvero esemplare tutto questo, infatti, non sarebbe mai accaduto.
    Il libro è una pagina scomoda della storia reggiana.
    Una pagina che nessuno avrebbe mai voluto leggere. Una pagina che pesa come un macigno, perché rappresenta il tassello che chiude il cerchio tra mafia e politica.
    Finale a sorpresa; come nemmeno il sociologo Enzo Ciconte, che per anni ha mappato e studiato il diffondersi della ‘ndrangheta sul nostro territorio, avrebbe mai presupposto di fare.
    E questo perché Ciconte, come il collega Mete, ha sempre preferito attribuire alla politica leghista il ruolo di capro espiatorio di tutti i mali, confondendo la realtà veneta o lombarda, con quella di Reggio Emilia, dove di leghista c’è rimasta forse solo la Katia Silva, minacciata dalle mafie.
    Inquietante, invece, è pensare che nessuno dei tanti sociologi e criminologi invitati a discutere di mafie a Reggio Emilia, abbia mai trovato il coraggio di sollevare serie perplessità sulla classe politica che per anni ha amministrato questa provincia.
    Nessuno di loro ha mai detto nulla.
    Neppure quando i media locali si occuparono degli appalti opachi di Iren.
    Neppure quando saltò fuori la storia di quel sindaco PD della bassa, che comprò casa da un costruttore legato alla camorra.
    Neppure quando un altro sindaco Pd affida l’appalto per i lavori di un nuovo plesso scolastico a una ditta senza certificazione antimafia.
    Neppure quando nel cuore di Reggio viene scavato un cratere pieno d’acqua e il costruttore in questione finisce nei Tg nazionali, per i combini loschi degli appalti per l’Expo.
    C’è solo un punto sul quale mi trovo d’accordo con Mete, quando nel tentativo di “psicanalizzare” il fenomeno della ‘ndrangheta reggiana, narra che la maggior parte dei calabresi emigrati a Reggio e costretti a lavorare in condizioni durissime, sono stati anche i primi ad essere taglieggiati e vessati dai loro stessi compaesani mafiosi e in una qualche maniera, non meno cruenta, lo sono ancora oggi. Come racconta la Pignedoli nel libro, il tetto di legno costruito con il materiale di una ditta che non appartiene agli amici della cosca, viene incendiato per ripicca.

    Dalla CGIL ottimi propositi. Ho colto una vena di grande desolazione; le storie degli operai sfruttati dalle mafie, in combino con gli stessi imprenditori emiliani, sono storie da terzo mondo.
    La verità è che abbiamo riposto la nostra fiducia
    in un sistema così corruttibile, da permettere alle mafie e alla mala politica di svilupparsi attorno a noi proprio come gramigna.

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