Mafie e classe politica: non tutti i reggiani stanno zitti

di M.P. *

27/11/2015 – Non tutti i reggiani sono cittadini  inconsapevoli, non tutti stanno zitti e non tutti sono collusi. Qualche voce fuori dal coro c’è, come quella di Sabrina Pignedoli, giornalista dallo spirito  forte e indipendente.

Ho letto il suo libro, “Operazione Aemilia”. Lo stile è splendido, elegante,  pulito. Non v’è alcuna illazione gratuita, non v’è accanimento. Le è stato sufficiente  raccontare le vicende più emblematiche degli ultimi anni, per inquadrare l’impronunciabile decadimento del  mito di Reggio, città esemplare.

Se Reggio fosse davvero esemplare tutto questo, infatti, non sarebbe mai accaduto. Il libro è una pagina scomoda della storia reggiana. Una pagina che nessuno avrebbe mai voluto leggere. Una pagina che pesa come un macigno, perché rappresenta il tassello che  chiude il cerchio tra mafia e politica. Finale a sorpresa;  come nemmeno il sociologo Enzo Ciconte, che per anni ha mappato e studiato il diffondersi della ‘ndrangheta sul nostro territorio, avrebbe mai  presupposto  di fare. E questo perché Ciconte, come il collega Mete, ha sempre preferito attribuire alla politica  leghista il ruolo di capro espiatorio  di tutti i mali, confondendo la realtà veneta o lombarda, con quella di Reggio Emilia, dove di leghista  c’è rimasta forse solo la Katia Silva, minacciata dalle mafie.

Inquietante, invece, è pensare che nessuno dei tanti sociologi e criminologi invitati a discutere di mafie a  Reggio Emilia, abbia   mai  trovato  il coraggio di sollevare serie perplessità  sulla classe politica che per anni ha amministrato questa provincia.

Nessuno di loro ha mai detto nulla. Neppure quando i media locali si occuparono degli appalti opachi di Iren. Neppure quando saltò fuori la storia di quel  sindaco PD della bassa che comprò casa da un costruttore legato alla camorra. Neppure quando un altro sindaco Pd affida l’appalto per i lavori di un nuovo plesso scolastico a una ditta senza certificazione antimafia.

Neppure quando nel cuore di Reggio viene scavato un cratere pieno d’acqua e il costruttore in questione finisce nei Tg nazionali, per i  combini loschi degli appalti per l’Expo. C’è solo un punto sul quale mi trovo d’accordo con Mete, quando nel tentativo di “psicanalizzare” il fenomeno della ‘ndrangheta reggiana, narra che la maggior parte dei calabresi emigrati  a Reggio e costretti a lavorare in condizioni durissime, sono stati anche i primi ad essere taglieggiati e vessati  dai loro stessi compaesani mafiosi e in una qualche maniera, non meno cruenta,  lo sono ancora oggi. Come racconta la Pignedoli nel libro, il tetto di legno costruito con il materiale di una ditta che non appartiene agli amici della cosca, viene incendiato per ripicca.

Dalla CGIL ottimi propositi. Ho colto una vena di grande desolazione; le storie degli operai sfruttati dalle mafie, in combino con gli  stessi imprenditori emiliani, sono storie  da terzo mondo. La verità è che  abbiamo riposto la nostra fiducia in un sistema  così corruttibile, da permettere alle mafie e alla mala politica di svilupparsi attorno a noi proprio come gramigna.

(*post su Reggio Report)

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Una risposta a 1

  1. Fausto Poli Taneto Rispondi

    27/11/2015 alle 20:40

    Bravo. Un articolo che sulla Gazzetta di Reggio non troveremo mai.
    Questi sono i libri di cui parlo spesso nei miei interventi su varie testate giornalistiche on line. Queste sono le storie che voglio sentire. Questo il modo per affrontarle. Un quotidiano di questo taglio e’ un quotidiano da rilegare e conservare.

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