Dopo i crac cooperativi il prestito sociale sarà controllato da un’autorità esterna
Dibattito alla Cgil: Mora critica i silenzi del sindacato e Pedroni attacca il modello Sicrea

21/11/2015 – Il prestito sociale delle cooperative sarà sottoposto al controllo di un’autorità esterna. Alla nuova normativa lavorano in modo congiunto la Banca d’Italia e le centrali cooperative. Così, dopo i crac di cui è costellata la storia delle coop di produzione e lavoro, con migliaia di soci che hanno perso in tutto o in parte i loro risparmi – da Coopcostruttori Argenta alla Cmr di Reggiolo, da Orion alle Cooperative Operaie di Trieste, per arrivare al disastro recentissimo di Coopsette – si va verso forme di garanzia e di controllo da parte dell’Autorità di vigilanza finanziaria.
Una strada obbligata, di fronte al rischio di una caduta dell’appeal anche delle grandi cooperative di consumo, che detengono circa il 90% della cifra globale del prestito sociale in Italia.

Da sinistra Giovanni Moro, Guido Mora, Luciano Berselli, Marco Pedroni e Gianni Rinaldini

Da sinistra Giovanni Moro, Guido Mora, Luciano Berselli, Marco Pedroni e Gianni Rinaldini

Non a caso ad annunciare l’arrivo dell’autorità esterna è Mauro Pedroni, ex presidente di Coop Nordest e da un paio d’anni alla guida di Coop Italia, intervenuto ieri pomeriggio al dibattito su “Dove va la cooperazione?”  organizzato dalla Cgil di Reggio Emilia con coopcg3 l’intervento del sociologo Giovanni Moro, dell’ex segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini, di Lanfranco Turci (già senatore pci-pds, presidente nazionale Legacoop negli anni ’80) e del segretario della Camera del Lavoro Guido Mora. Ha guidato il dibattito Luciano Berselli, presidente di R60.
Non ha caso Pedroni ha assicurato l’accordo delle grandi sorelle del consumo sulla nuova autorità esterna: del resto la loro massa di prestito sociale equivale alla raccolta diretta
di una banca di medie dimensioni. La sola Alleanza 3.0 che nasce dalla fusione di Nordest, Estense e Adriatica, avrà un finanziamento soci vicino se non superiore ai 5 miliardi di euro, tanto da prevedere nello statuto una riserva liquida di almeno il 30 per cento dell’importo del prestito.
Certo  si arriva con decenni di ritardo – già Valdo Magnani, nei primi anni ’80 chiese inascoltato l’istitutozione di un consorzio di garanzia –  ma, come si dice, meglio tardi che mai. coopcg4
Sul dibattito nella sala Santi della Cgil di via Roma – di fronte a una platea di sindacalisti e cooperatori e politici della vecchia guardia, come Renzo Testi – ha aleggiato il dubbito  se il modello cooperativo non sia da rottamare,  insieme ai fantasmi del caso Cpl, di Buzzi, di Mafia Capitale, dei rapporti piu o meno corrotti con le pubbliche amministrazioni, dei colossali conflitti d’interesse, della miriade di società private controllate dalle grandi coop.
Ma ancora Pedroni, di fronte alle perplessità di Mora (che ha citato Mazzini) e di Rinaldini, per il quale il modello ereditato dall’Ottocento oggi non può più funzionare, ha difeso a spada tratta la bontà e l’attualità l’idea cooperativa, bollando come retorica la polemica sulle dimensioni e condannando risolutamente il trasferimento del core business dalle cooperative alle società di capitale: una polemica trasparente col modello Sicrea, la società presieduta da Luca Bosi che ha assorbito affari e cantieri di Cmc Orion, San Possidoni, CdC di Modena, Mecoop: ma Sicrea non è una cooperativa, bensì una Spa strutturata in holding.
Pedroni evidentemente si è dimentica di aver fatto qualcosa  di simile a Coop Nordest quando, per rimediare alle spericolate manovre finanziarie sui derivati che provocarono un buco di circa seicento milioni di euro (non proprio caramelle…) trasferì gli immobili, vale a dire il patrimonio, nella Immobiliare Nordest, che era appunto una Spa. Il prezzo è aver esposto il patrimonio della cooperativa alla possibilità – sia pure teorica – di un fallimento, in compenso salvo Coop Nordest dal baratro da lui stesso scavato. Perchè la Spa era bene allora, e oggi no? Ma forse è solo un problema di memoria.

Va rilevata la lucidità dell’intervento di Guido Mora che, in un’analisi degli errori e delle degenerazioni delle cooperative ( ha citato come emblematico il caso Gfe) ha compiuto anche una sana autocritica dei silenzi e dell’attesismo di matrice sindacale:  “Perchè siamo stati fermi, perchè il sindacato non è intervenuto per tempo? E perchè i soci hanno taciuto, non sono intervenuti quando era gia chiaro che la loro cooperativa andava a fondo?” La risposta alla fine, l’ha data, un lavoratore di lungo corso di Coopsette: “Lì i dirigenti erano diventati padroni”. Perciò nessuno era in grado di controllarli.
(p.l.g.)

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