“Anch’io nella tagliola di una coop fallita. I vecchi fondatori si rivoltano nella tomba”

DI CLAUDIO BERTOLINI*

Claudio Bertolini

Claudio Bertolini

La tragedia del crac delle cooperative sembra proprio inarrestabile. Così adesso pian piano rimane solo il fantasma  di  questo modello di forza sociale generato oltre un secolo fa dal nostro territorio emiliano, in grado di opporsi a potenze detenute da pochi in ogni genere di attività.

Qualche anno fa, poco dopo l’esplosione della CMR di Reggiolo, sicuramente la coop più apparentemente extra-solida fino a quel momento, scrissi e dissi che se le voci di quel fallimento erano fondate tutte le altre sorelle, specie quelle operanti nel settore delle costruzioni, non avrebbero tardato a seguirla.

Non ci voleva la sfera di cristallo di un veggente per intuire quel destino, a cui ha assistito con amarezza troppa gente fino ad allora fiduciosa del sistema cooperativo, tanto da non sentire il bisogno di garanzie nel lasciare i loro risparmi alle stesse sotto forma di prestito sociale o altro, sicuramente trainati da fede cieca abbinata ai superiori frutti che maturavano i loro soldi rispetto alle classiche forme di investimenti bancari.

Poi non parliamo delle maestranze, degli impiegati, dei dirigenti onesti, dei fornitori, delle ditte appaltatrici e subappaltatrici e in generale di tutti coloro che sentivano di poter avere rapporti con queste strutture, talune ormai di dimensioni gigantesche, senza richiedere nessuna forma di tutela personale.

Ma i pochi casi di cooperative esplose nel passato erano proprio stati presi come “eccezione della regola” per i responsabili e gli esperti delle dirigenze sindacali cooperative? Nessuno ricorda il non troppo lontano ordigno che fece scoppiare le vecchie Cantine Riunite guidate dall’allora senator Sacchetti? Cos’era quello: un caso isolato? Assolutamente no, era uno dei tanti segnali di allarme che avanzavano nella modernizzazione del sistema cooperativo e che dovevano essere assolutamente tenuti sotto controllo e oggetto di revisione, proprio per evitare troppi sistemi di copertura di sotterfugi, approvvigionamenti indebiti ed incontrollati a favore di partiti politici, enti di copertura e soggetti fisici sanguisughe del sacrificio di tante persone innocenti, rei solo di detenere una fede profonda al pari della devozione professata per una potente religione.

Le mie sono parole di amarezza, sicuramente acuite dal dolore per aver lasciato con i miei soci uno zampino nella tagliola di una di queste cooperative, brava, come tante altre, a sfruttare la genialità dell’ “acqua calda” scoperta dall’allora capo del governo Mario Monti, inventatosi di importare dall’America il sistema del “concordato preventivo in bianco”, vero e propro palliativo di proroga dei fallimenti rivelatosi oltremodo delinquenziale una volta importato in Italia, proprio perché costringeva e costringe tuttora i creditori a rimanere con le spalle al muro, incapaci di qualsiasi azione contro i debitori e vedere, nell’attesa del verdetto di un giudice, mai con tempi brevi, i propri soldi fagocitati da schiere di professionisti (legali, commercialisti, ecc. da quietanziare prioritariamente), preventivamente incaricati dal giudice stesso per la gestione del concordato.

Questa è la brutta faccia dell’Italia, ma il dolore più grosso lo provo quando penso che è la mia Emilia, culla del cooperativismo, a subire questa onta. Non mi stupirei se i nostri vecchi, specie quelli che hanno ideato e sviluppato il sistema cooperativo, senza alcun bisogno di mescolarvi ideologie politiche, almeno all’inizio, si rivoltassero nelle loro tombe o i loro fantasmi venissero ad inquietare i sonni di tutti quei Giuda traditori ed irresponsabili di queste azioni malefiche.

*Imprenditore agricolo

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