Delitti partigiani: la sinistra ha sempre la coda di paglia, e a Scandiano nega la verità su Don Terenziani

31/7/2015 – Se è vero che il sonno della ragione genera mostri, basta molto meno per far sfoggio di ottusità al limite del ridicolo. Ieri sera il consiglio comunale di Scandiano ha rifiutato ancora volta di pronunciare una parola di verità sull’assassinio di don Carlo Terenziani, rapito e ucciso da un commando di partigiani comunisti il 29 aprile 1945, quattro giorni dopo la Liberazione.

La lapide "bugiarda" posta sul muro del cimitero di San Ruffino a ricordo di don Terenziano, assassinato dai partigiani comunisti il 29 aprile 1945

La lapide “bugiarda” posta sul muro del cimitero di San Ruffino a ricordo di don Terenziano, assassinato dai partigiani comunisti il 29 aprile 1945

Il consiglio comunale ha infatti bocciato un odg presentato dalla consigliera Elena Diacci di Forza Italia per far sostituire, nella lapide murata fuori dal cimitero di San Ruffino, le parole “tragicamente scomparso” con “barbaramente assassinato”. Si trattava in fondo di eliminare una bugia ipocrita per ripristinare la verità dei fatti. Ma per la sinistra scandianese, che dimostra apertamente di essere figlia degli assassini di quel prete, evidentemente la verità  non può essere scritta: odg bocciato, don Terenziani si accontenti della lapide bugiarda.

Così scrive Elena Diacci: “A settant’anni dall’assassinio di Don Carlo Terenziani, la sinistra e il movimento 5 stelle ieri sera durante il Consiglio Comunale di Scandiano , hanno rimediato una nuova figura  condizionata dalla menzogna, bocciando il mio Ordine del giorno ove proponevo il cambiamento delle parole tragicamente scomparso con la dizione ben più veritiera  barbaramente assassinato.

Don Carlo era stato cappellano della Milizia e per questo condannato a dover pagare – spiega Diacci –  Fu prelevato da tre uomini mentre si recava alla messa a Reggio Emilia in Ghiara, con la forza fu caricato su di un’auto e portato a Cà de Caroli e poi a Ventoso. Arrivati in paese fecero scendere il prete che stava in silenzio,  assortoin  preghiera. Lo costrinsero tra gli scherni e gli sputi a trangugiare vino in osteria . Ognuno di quegli assassini gridava “lo ammazzo io”, il sacerdote  fu deriso e picchiato prima di essere portato a S.Ruffino,  dove fu messo contro il muro del cimitero e ferocemente mitragliato: era mezzogiorno. Si dice che le sue ultime parole siano state “Viva Cristo Re”.  I quattro uomini che lo assassinarono si vantarono del loro gesto, mentre la gente spaventata e sbigottita correva verso casa”.

In seguito il Vescovo di Reggio Emilia Beniamino Socche definì “figli di Caino” i partigiani responsabili di tanti omicidi nel dopo guerra reggiano.

Sul fatto ha preso posizione anche il coordinatore regionale giovanile di Forza Italia Giovani Stefano Cavagna: “Passa il tempo, ma il settarismo ideologico e politico di sinistra è sempre lo stesso, anzi cresce sempre più.  Don Carlo Terenziani  fu assassinato dai partigiani comunisti a guerra finita il 29 Aprile del 1945, come riportato dal libro “La chiesa reggiana tra fascismo e comunismo” di Rossana Maseroli e ripreso dal saggio di Giampaolo Pansa “Il sangue dei vinti”. E questa verità non si può cancellare, tanto meno con un voto del consiglio comunale”.

Elena Diacci accanto alla lapide bugiarda che ricorda Don Terenziani, assassinato dai partigiani comunisti

Elena Diacci accanto alla lapide bugiarda che ricorda Don Terenziani, assassinato dai partigiani comunisti

Bisogna aggiungere che quando si tratta di ripristinare la verità su pagine oscure della Resistenza e della guerra civile, la sinistra di derivazione Pci (per la verità non tutta:  la vecchia area riformista ha sempre mantenuto vivo l’imperativo del Chi sa parli) non riesce nemmeno a rendere giustizia ai propri combattenti. E’ il caso di Dante Castellucci, il partigiano comunista del gruppo Cervi a Campegine e poi eroe e comandante di Brigata in Lunigiana, eroe della battaglia del Lago Santo: fu fucilato il 21 luglio 1944 ad Adelano di Zeri per un infame complotto degli stessi comandanti comunisti. Solo 37 anni dopo un’inchiesta giornalistica di Pierluigi Ghiggini e Maurizio Bardi ha riaperto il caso, rivelando molte circostanze inedite. Ma ancora oggi ad Adelano di Zeri le lapidi che ricordano Facio tacciono la verità, Tacciano sul fatto che ad ammazzarlo  furono suoi stessi compagni. Figurarsi, dunque, se si tratta di rendere giustizia a un cappellano della Milizia…

(p.l.g.) 

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