“Sono settemila”. La ndrangheta a Reggio può contare su un esercito e ha ricchezze per miliardi

16/7/2015Qual è il livello di penetrazione delle mafie nel profondo dell’economia e della società reggiana? L’interrogativo, colpevolmente sottovalutato per molto tempo dalla politica che domina la scena locale e regionale, come dalle categorie imprenditoriali e professionali, si agita da parecchi anni senza risposte univoche, ma oggi – alla luce della seconda parte dell’inchiesta Aemilia – una risposta non è più rinviabile, una rivolta civile è imperativa di fronte alle cifre dei sequestri preventivi e della consistenza delle “armate” su cui la ndrangheta pare possa contare a Reggio Emilia e a Parma.

Oggi, insieme alle nove ordinanze di custodia cautelare e alle perquisizioni compiute in quattro regioni, i Carabinieri hanno messo i sigilli a una quantità di società di capitali e di beni in gran parte riconducibili ad Alfonso Diletto (e tramite lui, secondo la Dda, a Nicolino Grande Aracri, il boss “Mano di gomma”) per un valore astronomico: 330 milioni di euro. Anche ammettendo che i valori, per ragioni che al momento ci sfuggono,  siano sopravvalutati, si stenta a credere che questo patrimonio da magnati sia in capo a uno o due costruttori cutresi tutto sommato di seconda file (o almeno, noi lo credevamo).

L’importanza del sequestro operato oggi va ben al di là degli importi e delle società coinvolte: è un fascio di luce che illumina le ricchezze sterminate accumulate  all’ombra della ‘ndrangheta e delle altre mafie. Assumono un significato ben più concreto le storie sul tale imprenditore salito a Reggio con le valigie legate con lo spago e che in pochi anni ha messo insieme una flotta di duecento Tir, oppure sui ragazzotti che da Reggio scendevano a Cutro in Ferrari per fare la passerella a Steccato, a Marinella o a Isola Capo Rizzuto.

E se la bazzecola di 330 milioni è attribuibile a uno o due imprenditori, tutti gli altri quanto mettono insieme?

E’ legittimo e quanto ormai urgente chiedersi quale e quanta valanga di denaro si sia immersa, diluita e nuovamente concentrata nell’economia “sana” di Reggio Emilia, all’ombra dei clan. E’ urgente perchè, quando i conti si fanno sulle centinaia di milioni o sui miliardi di euro , viene da interrogarsi con smarrimento come siamo ridotti e dove siamo finiti, magari a nostra insaputa.

L’altra domanda, strettamente legata alla prima, sorge da un’intercettazione finita agli atti dell’inchiesta: quanti sono a Reggio Emilia gli affiliati, gli uomini di fiducia, la gente che gira intorno ai clan di ndrangheta e che lavora per loro con naturalezza, senza problemi di coscienza, e nell’omerta?

Il sasso nella stagno lo ha lanciato il procuratore Alfonso nel corso della conferenza stampa di oggi: “Quando due, parlando fra di loro, uno dice all’altro “A Reggio Emilia sono circa 7 mila e 3 o 4 mila sono a Parma,” io ho ragione di preoccuparmi”. Solo le parole testuali del magistrato.

Queste cifre, 7 mila a Reggio e 3 o 4 mila a Parma, non si riferiscono certo al numero degli affiliati con tutti i crismi: si parla piuttosto di persone disponibili, intendendo fra queste non solo quelle delle comunità di Cutro, di Scandale e di altri centri della costa ionica, ma anche di reggiani doc. Un mondo frastagliato e diffuso capillarmente, proprio come  una Stasi del crimine organizzato (come il servizio segreto della ex Germania comunista, la Ddr, che si diceva avesse un informatore in ogni famiglia)  grazie al quale i clan arrivano dappertutto e tutto sono in grado di governare o influenzare.

Sarà vero, o sono esagerazioni? Le successive fasi processuali potrebbero anche ridimensionare le cifre in ballo. Certo è che i beni e le società sequestrate sono reali, e chi ha parlato di  7 mila uomini quel mondo lo conosce meglio di noi.

Proprio per questo, di fronte alle dimensioni della penetrazione mafiosa,  ci si chiede come mai l’inchiesta Aemilia abbia lasciato in ombra le collusioni, le amicizie, le parentele, i favoritismi, le complicità, le corrutele  annidate nella pubblica amministrazione. Strano. Comunque è un interrogativo che reclama risposte convincenti, se è vero che Aemilia non ha toccato l’amministrazione comunale di Brescello – paese infettato oltre misura dalla ndrangheta, e i brescellesi la smettano di aversene a male – mentre il prefetto Ruberto, su mandato del ministero, insediava una commissione di accesso per valutare se non sia il caso di sciogliere il consiglio comunale  per inquinamento mafioso. Per tacere di Montecchio, dove l’appalto di una scuola media assegnato a una ditta casertana senza che il Comune chiedesse la certificazione antimafia è rimasto, per quanto ne sappiamo, fuori dai potenti fari della Dda.

Sia come sia, il bisogno di risposte incombe: a quanti miliardi ammontano le ricchezze mafiose in questo lembo di Emilia ? Su quante migliaia di uomini e donne possono veramente contare le falangi della ndrangheta a Reggio Emilia? La nostra storia, il nostro mondo sono cambiati, e non possiamo far finta di niente.

(pierluigi ghiggini)

 

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2 risposte a “Sono settemila”. La ndrangheta a Reggio può contare su un esercito e ha ricchezze per miliardi

  1. Ke notiziona Rispondi

    18/07/2015 alle 23:56

    Roba da non credere…Il vero Partito che governa l’Italia.

    • Fausto Poli Taneto Rispondi

      22/08/2015 alle 20:55

      Cioe’ il Governo.

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