Piero della Francesca, il grande flop di Palazzo Magnani. “Perdita di 19 euro per ogni biglietto”

Disegno di Piero della Francesca,dal codice conservato alla Panizzi

Disegno di Piero della Francesca,dal codice conservato alla Panizzi

1/7/2015 –  La mostra di palazzo Magnani su Piero della Francesca matematico, “inventore” e codificatore della prospettiva in pittura, è costata più di 800 mila euro per un totale di 27 mila 500 visitatori, di cui 8 mila 500 studenti in visita scolastica. Il dato, in sé agghiacciante (e che solleva per l’ennesima volta seri interrogativi sulla gestione di Palazzo Magnani) è emerso ieri sera nei corso di una riunione della commissione consiliare competente, nella quale il sindaco di Reggio Emilia  Luca Vecchi ha annunciato l’ingresso del Comune nella compagine della fondazione PM, con un “chip” per ora simbolico di diecimila euro, ma ha anche sollecitato una svolta – pur senza polemizzare – nella gestione del contenitore espositivo più importante di Reggio Emilia.

Ritratto di Piero della Francesca

Ritratto di Piero della Francesca

La mostra su Piero della Francesca (ribattezzata “Piero senza Piero”, per il fatto che era esposto un solo dipinto del grande artista del Rinascimento) è stata dunque un successo culturale quanto per l’aver riunito tutti i codici esistenti al mondo interno al De prospectiva pingendi conservato alla biblioteca Panizzi, ma dagli altri punti di vista è stata un fiasco.

Le cifre sono state fornite dalla presidente di Palazzo Magnani, Iris Giglioli e da , Federica Franceschini, direttore artistico di PM, dipendente della Provincia e consigliera comunale Pd.

Secondo i conti fatti a caldo dal critico d’arte Alberto Agazzani, presente alla commissione e che ha pubblicato un post incendiario su Facebook, la mostra è costata il bilancio di un anno dell’intera struttura, e si è chiusa con la perdita di 19 euro per ogni biglietto staccato.

IL CRITICO D’ARTE: “PIERO SENZA PIERO, CRONACA DI UN’AFFONDAZIONE”

di Alberto Agazzani*

Se non è ignoranza è mala fede. Che forse è peggio. Anzi lo è.

Ieri sera durante la Commissione Cultura del Comune di Reggio Emilia ho assistito ed ascoltato uno spettacolo che non avrei potuto credere possibile se non lo avessi vissuto in prima persona.

Tema della riunione l’entrata del Comune come socio fondatore nella Fondazione, meglio dire Affondazione, Palazzo Magnani. Quota per il 2015 soli 10.000 € (saggio-assaggio).

Alberto Agazzani

Alberto Agazzani

La presidente dell’Affondazione Iris Giglioli, ha tentato di spiegare gli scopi e le strategia della “sua” affondazione. E lo ha fatto con un’esposizione che rasentava il delirio (a tratti anche simil-orgasmatico), parlando e straparlando di massimi sistemi e intenzioni pervicacemente abortite (e mai viste realizzarsi), sciorinando a sua non richiesta discolpa (excusatio non petita accusatio manifesta) dati citati per sentito dire, senza riferimenti precisi ed anzi inciampando in grossolanità da ex-sindaca di straprovincia (abbiamo così appreso che esiste un “cow funding”, una raccolta vacche a favore di Palazzo Magnani. E qui mi taccio.), parlando dei conti altrui (Arthemisia, società museali di altre province, ecc ecc) senza precisione, per sentito dire, dimostrando un’insipienza, oltre che ad una superficialità, che farebbero tremare qualunque socio alla sola idea di essere amministrati da cotanta, palese ignoranza della materia e dell’amministrazione.

Per non dire poi delle finalità di Palazzo Magnani, costantemente disattese da quasi vent’anni, che prevedono, tra l’altro, la valorizzazione del territorio e dei suoi artisti .

“Abbiamo valorizzato le tarsie lignee della chiesa di san Prospero ed il codice di Piero conservato alla biblioteca Panizzi”. Grazie, ma per le prime provvede, ad esempio, la guida del Touring da 120 anni e per il codice non era necessario spostarlo di 100 metri al modico costo di 800.000 euro. Giglioli definisce poi quella su Piero della Francesca (senza Piero della Francesca) “un grande successo”. Ma bisognerà attendere i dati di tale successo dalla viva voce di tal Federica Franceschini (alla quale verrà dedicata una riflessione ad hoc): più di 800.000 € (!!!)(OTTOCENTOMILA EURI!!!) spesi per 19.000 (!!!) (DICIANNOVEMILA!!!) visitatori (dei quali circa 10.000 – !!! – da fuori provincia), più 8.500 studenti (di quelli intruppati nelle famigerate quanto inutili “uscite culturali” di giovanile memoria). Facendo due rapidi calcoli ecco i dati del “grande successo”: il costo della mostra a visitatore (considerando come tali anche gli studenti intruppati) è stato di 29 €, contro una media di 10 € (11 € il biglietto intero, 10 € il ridotto e 5 € gli studenti) di incasso, ossia una PERDITA pari a 19 € a visitatore, ossia di un buon 75%. Non c’é che dire: “un grande successo”. Talmente grande che non ce ne si augura altri!

Però, hanno sottolineato il disastroso duo Giglioli-Franceschini, i costi sono stati tutti sostenuti da sponsor. Altra bella e consolatoria excusatio non petita, come se quelli non fossero denari e come se quegli stessi fondi non si sarebbero potuti utilizzare in maniera più (culturalmente e non solo) produttiva. Complimenti!

Intelligentemente e opportunamente sono stati chiesti, per una corretta comparazione, i dati relativi ad altre mostre prodotte dall’Affondazione in tempi recenti.

Escher: costo 300.000 € (cifra decisamente alta ma possibile) e 69.000 visitatori in 5 mesi (dato sostanzialmente irrilevante: non esiste correlazione fra la durata di una mostra ed i suoi visitatori oltre i due mesi). In merito il duo sottolinea che tale “vantaggioso” costo (!!!) è stato reso possibile grazie all’intervento di Piergiorgio Odifreddi (noto benefattore amante dell’understatement), dimenticando che se di un privilegio gode Reggio Emilia rispetto ad Escher (ed all’omonima fondazione ed eredi) non è tanto la generosa e disinteressata amicizia del grande matematico (che ha fatto tutto ciò a titolo gratuito?), ma piuttosto dal fatto che la prima mostra di Escher realizzata in Italia fu realizzata proprio a Reggio Emilia nel 1969 grazie alla lungimiranza ed al coraggio di un grande sindaco chiamato Renzo Bonazzi. Non c’era dunque bisogno di scomodare l’ottimo Odifreddi. ma forse nemmeno questo le nostre due balde visionarie sanno.

Sempre a loro inopportuna discolpa (nessuno stava processando nessuno), le due dame di PM iniziano a sciorinare cifre a caso, raccontando, ad esempio, che “altre mostre” in “altre città” sono costate milioni di euro, Picasso a Milano ad esempio preciso, che “è costata più di 2 milioni”. Esempio infelice, perché la mostra citata è sì costata “più di 2 milioni”, ma ha avuto una media di 3.300 (TREMILA 300) visitatori PAGANTI al giorno, superando abbondantemente i 500.000 visitatori con un introito approssimativo di oltre 4 milioni e relativo guadagno…

Sulla mostra dedicata all’Ariosto – un’indigesta e mal assortita insalata russa senza capo né coda – si è taciuto e non si è chiesto per non maramaldeggiare. In ogni caso altro clamoroso flop, con annesso bagno di sangue, annunciato.

In tutto questo considerazioni insensate o non rispondenti al vero (ignoranza o mala fede, mi chiedevo?) sulle società di realizzazione di grandi mostre (“ci avevano chiesto 2 milioni di euro”, forse proprio per farsi dire di no considerato il palese e annunciato flop…).

Sarebbe invece interessante sapere nel dettaglio dove sono stati spesi questi 800.000 €… Mi dicono 70.000 € di allestimento (che mi pare un po’ tanto per qualche teca e qualche parete di cartongesso…), trasporti ed assicurazioni per una mostra simile non possono superare i 200.000 €. Considerando che è stato dichiarato che “si è speso pochissimo in comunicazione” (salvo poi utilizzare il migliore e più capace ufficio stampa arte italiano, immagino non a titolo gratuito) la domanda viene spontanea: dove sono finiti 500 o 400 o 300 o 200 o anche solo 100 mila euro???

Il catalogo, poi, è un’operazione che chiude il cerchio sulle capacità amministrative e manageriali delle due signore dell’arte reggiana. Infatti il volume che accompagna la mostra (“Non un catalogo di mostra bello da sfogliare, ma un vero e proprio volume di saggi e studi” da candidamente ammesso Giglioli con incomprensibile orgoglio) è di proprietà della casa editrice, che da PM ha intascato solo il dovuto per le copie vendute. Altro colpo di genio! Chiunque sa che le copie vendute in mostra, soprattutto in occasione di esposizioni d’arte antica, sono minimali rispetto a quelle vendute in libreria sulla lunga scadenza e, considerando il costo oggi irrisorio di tali pubblicazioni, è stato l’ennesimo colpo di genio non acquistare i diritti in toto sulla pubblicazione, garantendosi un’entrata costante nell’immediato e medio futuro. Complimenti!

Ma veniamo rapidamente al capitolo Federica Franceschini. Federica Franceschini chi?

Viene presentata come “direttore di Palazzo Magnani” e lei non smentisce. Quando, però, le/ci si chiede in base a cosa ed a quali titoli possa definirsi tale, improvvisamente diventa una semplice impiegata provinciale distaccata a Palazzo Magnani dove esercita il ruolo, condiviso, di direttore artistico. Direttore artistico? Ma su che basi? Con che curriculum (che non sia quello tutto e solo costruito all’interno dello stesso PM come assistente del direttore-non-direttore Parmiggiani, altro cooptato senza titoli). Uno storico dell’arte si definisce tale non solo per un titolo di studio (che hanno migliaia di giovani e meno giovani ad onor del vero), ma sulla base di pubblicazioni, articoli scientifici, partecipazioni a convegni, mostre curate… possibilmente a non a casa propria e non con “maestri” come il rag. Sandro Parmiggiani. E questa Franceschini-chi? che curriculum ha?

Riguardo poi alla sua acclarata incompatibilità nel doppio ruolo di consigliera comunale e “direttrice”-però-non-direttrice-ma-semplice-impiegata di PM (non si è mai visto uno che assegna contributi e denaro alla fondazione della quale è dipendente) Franceschini-chi? asserisce candidamente di non capire in cosa consista l’incompatibilità… A parte che tale norma è stata stabilita da regolamenti statali e non dai soliti rosiconi, e come tale va rispettata e applicata laddove ve ne siano i presupposti, esiste anche una questione morale che, almeno nelle persone dotate di una benché minima dignità, dovrebbe anticipare la legalità, evitando comportamenti se non palesemente illegali almeno inopportuni. Ma poi: senza PM cosa farebbe Franceschini-chi? col curriculum che si ritrova? Al massimo la direttrice della pro-loco di Guastalla, con rispetto parlando degli amici guastallesi! Ma proprio i concorsi e la meritocrazia in Italia non esistono mai? Basta essere “moglie, figlia o amica di” per poter occupare (e con che arroganza: l’arroganza dei mediocri!) posti di così grande prestigio e responsabilità?

E poi ci si meraviglia dei flop miliardari (in vecchie lire) realizzati da questa gente?

Mah?! E bene ha fatto il sindaco ad usare cautela e a mettere bene in chiaro, ancorché col consueto garbo, che un futuro possibile e maggiore coinvolgimento del Comune (oltre i 10.000 € s’intende) sarà subordinato ad un cambio di rotta. L’unica cosa sensata ascoltata ieri sera”.

*critico d’arte. Testo da Facebook

 

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2 risposte a Piero della Francesca, il grande flop di Palazzo Magnani. “Perdita di 19 euro per ogni biglietto”

  1. jean unclair Rispondi

    04/07/2015 alle 17:20

    Leggo da svariate parti le obiezioni, talora anche oltre il lecito, che il signor Agazzani avanza sulla mostra di Piero, che, premetto e lo scrivo in grassetto, NON HO VISTO.
    Posto che trovo sempre che le polemiche di Agazzani siano più focalizzate a voler accendere una luce su se stesso che su reali problemi o questioni su cui Agazzani è competente ( dubito sia davvero sufficientemente preparato per valutare i contenuti di una mostra sul Rinascimento, men che meno di storia del pensiero scientifico-matematico in ambito artistico, come è questa mostra ), non posso non rilevare come la mostra fosse, sin dal suo nascere del tutto di nicchia e fuori portata per una città di provincia nemmeno tanto vivace come Reggio Emilia in questi anni.

    Il fatto poi che i visitatori siano stati pochi, è in re ipsa per un simile soggetto, ripeto, del tutto di nicchia. Trovo sorprendente l’obiezione sul rapporto numero visitatori-costi da parte di uno come Agazzani che a tutto spiano, citando autorevoli ( loro si!) storici dell’arte contemporanea come Jean Clair e il suo notissimo “L’inverno della cultura “, per ogni dove va ricordando che l’arte non si fa dove si fa il business, salvo poi inneggiare apertamente alle mostre commercialissime di Goldin, notoriamente il RE delle mostre business commerciali ( si veda l’ultimo libro autorevole di T. Montanari” Privati del patrimonio ” tanto per farsi un ‘idea del fenomeno con cui siamo alle prese ora come ora in Italia ). Contraddizioni indice che forse il nostro Agazzani in fatto di mostre d’arte non iperrealista o comunque iperattuale quale quelle da lui organizzate per gallerie private ( non conosco sue collaborazioni individuali con musei o gallerie pubbliche italiane o straniere di alto profilo) le idee chiare sui riferimenti culturali che cita non le ha. Diversamente, tornando alle sue argomentazioni circa i costi benefici, dovrebbe ammettere che esistono eccezioni, e la cultura, oggi come oggi, avendo in generale costi altissimi e fuori dai pubblici bilanci, sia e resti come qualcosa di eccessivamente dispendioso. In questo caso per una volta Reggio ha speso in maniera non provinciale, come invece ha dimostrato di essere in casi come i fantasmagorici ed irragionevoli, oltre che brutti, civici musei di Rota, verso i quali il nostro Agazzani ha mostrato un singolare atteggiamento moderato per un critico come lui ( mentre il gotha della cultura si è ribellato a quelle escrescenze milionarie! ), mentre qui stigmatizza col fuoco un evento che comunque è di alta qualità scientifica per chi lo ha realizzato, per le collaborazioni importanti e le modalità espositive che ben sono documentate nel web. Se Agazzani avesse avuto esperienza di mostre d’arte che non siano esposizioni di pittori contemporanei dalle quotazioni di mercato contenute, ed avesse mai organizzato mostre rilevanti di opere dal valore milionario o di codici rarissimi come quelli qui esposti, trattato i loro noli da grandi gallerie italiane o straniere di opere , se mai avesse potuto prendere visione dei costi assicurativi (elevatissimi), di trasporto, di approntamento di teche a microclima controllato, di ogni sorta di apparato espositivo di qualità etc saprebbe che a fare 800000 euro basta poco, anzi pochissimo. ragione chiave per cui oggi una mostra d’arte è incardinata su un oggetto importante e mille altri accessori al contorno.
    non conosco i bilanci ma ben mi guarderei dall’affermare che i costi sono stati spropositati. Alzare polveroni inutili danneggia anche ciò che magari è di qualità. E per una volta tanto la città provincialissima, forse per caso o forse per megalomania, si è trovata ad organizzare un evento di valore oggettivo. Poi la si può anche chiamare Piero senza Piero, ma come ben sa Agazzani, Piero ci ha lasciato poco che non stia ancora sui muri ad affresco ( 10-15 tavole..?), e 26000 visitatori per una mostra di storia della scienza, perchè di questo si tratta, non è poco. Ma forse queste cose Agazzani non le sa anche se dice di saperle

    • Pierluigi Rispondi

      09/07/2015 alle 21:07

      Comunque la si veda, si deve tener conto che parliamo di denaro pubblico, verso il quale tutti dobbiamo nutrire profondo rispetto. Proprio per il suo carattere di nicchia, in un certo senso di elite mitigato soltanto da pochi aspetti pedagogici, la mostra su Piero della Francesca matematico aveva assolutamente bisogno di una preparazione “sul mercato” e di una comunicazione potente che in tutta evidenza è mancata.
      Qui non si discute la qualità scientifica della mostra, quanto l’incapacità a far corrispondere soluzioni adeguate a problemi manifesti sin dal primo momento in cui l’evento era stato concepito.
      Nello sfondo si staglia il meta-problema, annoso, della gestione di Palazzo Magnani: non si possono dimenticare gli scivoloni, alcuni sesquipedali, dell’antologica di Antonio Ligabue di anni fa.

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