Il martirio di Rolando Rivi 70 anni fa. Folla a San Valentino con Camisasca e Carron (CL). Il vescovo: “Questo diventi un luogo di riconciliazione”

12/4/2015 – Di fronte a una folla di fedeli, molti i giovani, di personalità e di pellegrini, a San Valentino di Castellarano il vescovo di Reggio Massimo Camisasca e il presidente  di Comunione e Liberazione don Julian Carron hanno commemorato il beato  Rolando Rivi nel Settantesimo del martirio avvenuto il 13 aprile 1945 a Palagano di Monchio per mano di partigiani comunisti. Prima della Messa solenne presieduta dal vescovo, è stata inaugurata la casa dei Memores Domini, i consacrati di CL che si dedicheranno alla Pieve Santuario di San Valentino. Dopo la celebazione religiosa, è intervenuto don Carron. Nella giornata centinaia di persone si sono soffermate in raccoglimento davanti alle spoglie del Beato Rivi , esposte in una teca di cristallo.
Nella sua omelia, Camisasca ha evitato ogni riferimento “politico” alle circostanze del martirio di Rolando Rivi. Si è invece augurato che con la  casa dei Memores Domini, la Pieve possa diventare ” un luogo di preghiera, di intercessione e di riconciliazione fra le persone, nelle famiglie e nelle comunità”.

L’OMELIA DEL VESCOVO CAMISASCA A SAN VALENTINO

“Cari fratelli e sorelle, carissimi amici, caro don Juliàn Carròn,
cari sacerdoti e fedeli dell’Unità Pastorale Madonna di Campiano (Castellarano, Tressano, San Valentino, Roteglia, Montebabbio),
caro parroco, don Vittorio Trevisi, e cari sacerdoti presenti,

l’occasione che ci vede qui riuniti è motivo di grande gioia, per me, per la nostra Chiesa, per queste parrocchie e per il movimento di Comunione e Liberazione. L’apertura di una nuova casa di Memores Domini a Reggio, e in particolare qui a san Valentino, ha per me e per tutti noi un significato molto profondo.

Una casa di persone dedicate a Dio indica al mondo intero che vale la pena donare la vita a Gesù perché lui l’ha donata a noi. È innanzitutto un grande richiamo attraverso cui Dio raggiunge e provoca le nostre vite. Guardando a questa casa desideriamo imparare la pazienza e la fedeltà di Dio, l’accoglienza e la gioia che proviene da una comunione vissuta, un cuor solo e un’anima sola (At 4,32) come abbiamo ascoltato nella prima lettura.

Ma anche il luogo in cui questa casa sorge contribuisce ad aumentarne la luce e la forza di testimonianza. Questa Pieve custodisce le spoglie mortali del beato Rolando Rivi, un ragazzo semplice, amante della vita, dei giochi, della musica, dello sport, un ragazzo che già da piccolo aveva capito che Gesù è colui per cui vale la pena vivere. A lui desiderava donarsi e per lui desiderava partire in missione, per comunicare a tutti la gioia dell’amicizia con Gesù.

Rolando non ha fatto grandi ragionamenti nella sua mente da bambino. Semplicemente ha guardato le persone e i fatti che costituivano la sua vita. E così, guardando il suo parroco, don Olinto Marzocchini, ha capito che voleva diventare prete, per essere come lui. Guardando i suoi amici e le persone che aveva intorno aveva poi capito che la talare, che indossava da quando era entrato in seminario, era per tutti il segno distintivo della sua appartenenza a Gesù. Per questo l’amava. «Io sono di Gesù» e desidero che tutti lo sappiano e lo vedano. Senza tante parole. Con la gioia della mia vita. Con la fedeltà che il Signore mi ha donato di vivere.

Carissimi Corrado, Angelo e Mario,
guardando a Rolando imparerete ogni giorno che Dio può chiedere tutto e che tutto ha senso nell’obbedienza al Signore della nostra vita. Imparerete che la fede è veramente ciò che vince il mondo (cfr. 1Gv 5,4), i poteri mondani, ma imparerete anche che l’appartenenza a Cristo ha bisogno di esprimersi in segni concreti, visibili, come è questa casa che oggi abbiamo inaugurato e alla quale mi piace pensare come al corrispettivo di ciò che la talare significava per il piccolo Rolando: la visibilità di un’appartenenza a Cristo. Soprattutto Rolando vi ricorderà sempre quanto don Giussani ci ha continuamente mostrato: che la vita è vocazione.

Vorrei che questo luogo diventasse, grazie alla vostra preghiera, al vostro lavoro e alla vostra testimonianza, un luogo di scoperta e riscoperta della vocazione, sia per coloro che hanno già risposto alla chiamata di Dio e sentono l’urgenza di ritornare all’origine del loro amore, sia per tanti giovani che sono alla ricerca della forma compiuta della loro vita.
Penso, in questo momento, innanzitutto a voi, ragazzi e ragazze che frequentate il Pozzo di Giacobbe. Sono molto contento che abbiate deciso di partecipare a questo momento importante per tutta la nostra Chiesa. Vi seguo con grande simpatia e stima. Accompagno con la mia preghiera il vostro importante cammino. Questa sera invito anche voi a guardare alla semplicità e alla radicalità di Rolando Rivi. Non abbiate paura di donare la vostra vita a Dio! Egli solo può renderla grande e feconda.

Con la nascita di questa casa, finalmente la Pieve potrà rimanere aperta e diventare un luogo di preghiera, di intercessione e di riconciliazione fra le persone, nelle famiglie e nelle comunità. Mi è caro formulare questo voto proprio oggi, nel giorno in cui ricorre la festa della Divina Misericordia del nostro Redentore. Possa Egli fare di questa collina un luogo di incontro con lui, illuminato dalla testimonianza del martirio di Rolando e dalla comunione che qui i nostri amici inizieranno a vivere e a offrire. Comunione che vivranno innanzitutto con i sacerdoti di questa Unità Pastorale e con i fedeli di queste parrocchie.

Il mio augurio è che chiunque venendo qui possa dire, come Tommaso nel vangelo di questa sera: mio Signore e mio Dio! (Gv 20,28).
Chiediamo assieme questa grazia al beato Rolando nel settantesimo anniversario del suo martirio. Il suo sangue, versato per amore di Cristo, renda feconda questa terra e la trasformi in un giardino di grazie per tutta la Chiesa”.

12/4/2015 – Settant’anni fa, il 13 aprile 1945, quando la Liberazione era ormai alle porte, un gruppo di partigiani comunisti martirizzò Rolando Rivi, seminarista di soli 14 anni. Lo avevano prelevato a San Valentino di Castellarano dove viveva con i genitori in attesa di poter tornare in seminario, e dopo tre giorni di sevizie e di umiliazioni lo portarono in un bosco a Palagano di Monchio (Modena) dove lo finirono a colpi di pistola.

Le spoglie del Martire bambino, proclamato Beato nel 2013 (il riconoscimento del martirio “in odium fidei” è stato uno dei primi atti compiuti da papa Francesco)  ora riposano sotto l’altare della chiesa di San Valentino, eretta in santuario, meta di pellegrinaggi e sede di una mostra permanente.
Proprio qui oggi pomeriggio domenica 12, la Chiesa ricord-  il Beato Rivi con un gesto di grande significato: l’apertura della casa dei Memores Domini, che diventeranno di fatto i guardiani del Santuario e si occuperanno fra l’altro dell’accoglienza dei pellegrini.
I Memores Domini sono un’associazione di laici nata nel seno di Comunione  e Liberazione (fra i suoi aderenti, uno dei più noti è Roberto Formigoni) che si sono consacrati a una vita improntata alla povertà, alla castità e all’obbedienza.

La casa dei Memores Domini (cioè la canonica della Pieve di San Valentino in via Rontano) sarà inaugurata domenica pomeriggio, nel corso di una giornata sotto il segno di Cl, dal vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca (teologo formatosi alla scuola di don Giussani, e molto legato al
movimento) e da don Julian Carron, lo studioso e teologo spagnolo che dalla morte di don Gius avvenuta nel 2005 è alla guida del movimento di Comunione e Liberazione, presidente della Fraternità sacerdotale e anche assistente spirituale degli stessi Memores Domini.

La ristrutturazione della Canonica è stata realizzata a cura del Comitato Amici di Rolando Rivi guidato dal giornalista Emilio Bonicelli.

Alle 15,30 è prevista l’inaugurazione. Alle 16 la Messa solenne celebrata dal vescovo Camisasca. Alle 17 intervento conclusivo di Carron.
Nell’occasione, nella pieve di San Valentino avverrà l’esposizione straordinaria alla venerazione dei fedeli del corpo del Beato Rolando Rivi Martire, nella nuova urna in cristallo.

Si potrebbe dire che il Beato Rivi ora è l’iscritto più giovane a Comunione e Liberazione. La forza e la fede del movimento di don Gius costituiscono certo una garanzia, ma è
un fatto che nella Chiesa si levino mormorii per la caratterizzazione impressa di fatto al culto del Martire bambino.

D’altra parte, la mobilitazione della chiesa locale e di Cl fa da contraltare allo stupefacente silenzio che sul versante antifascista (anche quello dei partigiani cattolici) viene riservato alla figura di Rolando Rivi. Per lui non è prevista al momento alcuna commemorazione nel 70mo della Liberazione, men che meno il 13 aprile, data del martirio. A meno che all’ultimo momento qualcuno morso dal ripensamento non decida
di portare una corona di fiori sul luogo dell’eccidio.
È proprio vero: Rolando Rivi, nel momento in cui nel mondo tanti ragazzi vengono uccisi perchè cristiani, come all’università  di Garissa in Kenia, fa ancora paura. È ancora oggi pietra d’inciampo. Forse perche fu il primo a morire in nome di quella strategia del delitto ideologico  che insanguinò il dopoguerra e su cui si continua a non volere la verità. Ma la grandezza del suo sacrificio rende ancora più piccola l’incapacità dell’anfascismo di matrice comunista (e anche dossettiana) di fare i conti la propria storia.

Questa mattina, intanto, il vescovo di Reggio Massimo Camisasca ha presieduto la messa a Cà Marastoni di Toano, in suffragio dei caduti della Battaglia di Pasqua del 1945, in cui morirono sette partigiani delle Fiamme Verdi guidati da don Carlo Orlandini.

DI SEGUITO IL TESTO DELL’OMELIA PRONUNCIATA DAL VESCOVO

“Cari fratelli e sorelle,
il mio saluto a tutti voi abitanti di queste stupende montagne. Saluto il parroco di Monzone don Alpino Gigli. Saluto i sindaci di Toano e Villaminozzo e i rappresentanti delle associazioni militari, in particolare degli alpini presenti. Ho desiderato incontrarvi in questa occasione che ci riporta al tragico evento accaduto 70 anni fa, quando sette alpini delle Fiamme Verdi, la brigata comandata da don Domenico Orlandini, persero la vita per difendere la loro Patria. Il sacrificio dei nostri fratelli diventi una occasione di perdono e di riconciliazione. In tutti questi anni, e ancora oggi con questa celebrazione eucaristica, vogliamo considerare la loro vita offerta come partecipe del sacrificio di Cristo.
Saluto i sindaci di Toano e Villaminozzo e i rappresentanti delle associazioni militari, in particolare degli alpini qui presenti.
Oggi la Chiesa ci fa vivere la domenica della Divina Misericordia. La misericordia di Dio non è un sentimento astratto, è una iniziativa che viene incontro alle nostre ferite, che ripara i mali del passato, cura e risana le divisioni del presente e ci apre a una considerazione nuova del nostro futuro.  Guardando gli eventi eroici e dolorosi accaduti qui 70 anni fa, imploro la Divina Misericordia per tutti coloro che ne furono coinvolti. Il sacrificio di coloro che sono morti e la vita stessa di don Orlandini, il cui corpo è stato da poco qui traslato, e che nel 1965 aveva posato la prima pietra di questa cappella-sacrario, ci invitano ad avere una visione purificata della memoria.
Tanti errori sono stati fatti, tanta violenza è stata perpetrata, tanto odio è stato insegnato. Occorre rinascere, consegnare alla storia ciò che è stato, e perdonare. Dobbiamo entrare con umiltà e coraggio nell’esperienza della misericordia affinché il passato dei singoli e dei popoli non sia un peso che ci schiaccia e ci impedisce di camminare in avanti.
Affermava sapientemente Padre Pio: «Il passato alla misericordia, il presente alla grazia e il futuro alla provvidenza». È un’espressione semplice, che possiamo imparare a memoria e che ci può aiutare a recuperare le dimensioni fondamentali della vita cristiana. La fede non cancella il dolore e le ferite, ma ci introduce in una considerazione nuova della vita.
È questo, in fondo, che ci ricorda san Giovanni nella seconda lettura che è stata proclamata: questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede (1Gv 5,4).
E nel vangelo abbiamo ascoltato che Gesù, mostrandosi agli apostoli dopo la sua morte e resurrezione, dona alla Chiesa il suo Spirito e la possibilità reale del perdono: Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati (Gv 20, 22-23).

Desidero infine, in questa domenica della Misericordia e in questo luogo di dolore e di fede, invitare ciascuno di noi a riscoprire il grande dono del sacramento della Confessione, strada maestra per imparare il perdono e per entrare nella pace con se stessi, con gli altri, con il mondo e la storia.
Accostiamoci frequentemente a questo sacramento pasquale. Nel tempo ci scopriremo pieni di gratitudine a Dio per questo dono.
È questo il mio augurio per ciascuno di voi. Amen”

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