Festival legalità, chiusura con Delrio e Gratteri. Di Matteo al telefono: “La mafia questione di mentalità”. Manghi: “Serve una rigenerazione locale”

18/4/2017 – Riforme legislative, ma anche – se non soprattutto – una “riforma” della mentalità, per sconfiggere la criminalità organizzata: questo il tema al centro del dibattito conclusivo di Noicontrolemafie, il festival della legalità promosso per il quinto anno consecutivo dalla Provincia di  Reggio Emilia. 
In un auditorium Malaguzzi gremito di studenti delle superiori, ne hanno parlato esponenti davvero di rilievo di chi conduce la lotta alla mafia in prima linea e di chi, queste riforme, è chiamato a vararle: magistrati e giudici come Nicola Gratteri, Mario Conte e (in collegamento telefonico da Palermo) Antonino Di Matteo, il ministro alle Infrastrutture (l’ex sindaco reggiano e, fino a pochi giorni fa, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri) Graziano Delrio e Antonino Nicaso, studioso di fenomeni criminali e, soprattutto, direttore scientifico di Noicontrolemafie, di cui è il principale artefice insieme a Rosa Frammartino e alla Provincia.

A fare gli onori di casa, il presidente della Provincia Reggio Emilia Giammaria Manghi, che ha tirato le fila di questa settimana densa di iniziative “rivolte soprattutto ai ragazzi, perché è indispensabile misurarci con chi sta crescendo e deve farlo con valori limpidi e cristallini” e promosse in diversi “paesi proprio perché, come testimonia l’aggiunta alla classica denominazione della dicitura “Comuni e Cittadini reggiani”, è una intera comunità che si sta impegnando e sta offrendo concreti segnali di crescente consapevolezza e responsabilità nella lotta all’infiltrazione criminale”.
“A Reggio, ed è un dato culturale non scontato, esiste da tempo un lavoro intenso di collaborazione tra le istituzioni che, a breve, produrrà anche ulteriori strumenti condivisi con la Prefettura per dare una mano ai sindaci nella difficile sfida che quotidianamente, specie in campo urbanistico, devono affrontare per contrastare i pericoli di infiltrazione – ha aggiunto –   Ma oltre ad  un arricchimento delle norme, serve cambiare anche l’etica della nostra società, perché la morale sta sopra la legalità: capire che non si deve rubare non perché si può essere puniti, ma perché è sbagliato. 
La nostra realtà non è disastrosa, ci sono tantissime testimonianze di eticità e di impegno per il bene comune. Ma serve – ha sottolineato Manghi – una rigenerazione locale: dobbiamo farci testimoni di una nuova stagione morale, segnata dalla coerenza tra il dire e il fare e spinta da una forte motivazione, perché è quella che può fare la differenza. Una nuova stagione morale che ci consenta di sperare in un oggi e in un domani migliore”.
Anche per questo è fondamentale, come ha detto il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi, “il carattere educativo e pedagogico, il lavoro di diffusione culturale di questa iniziativa”. “Non basta essere onesti e trasparenti – ha sottolineato – per essere efficaci occorrono anche riforme pensate mettendosi nei panni delle autonomie locali e normative adeguate, come ad esempio una banca dati nazionale aggiornata che ci consenta di sapere se una ditta che lavora qui abbia ricevuto un’interdittiva antimafia in un’altra provincia”.
“L’Emilia non è terra di mafia, perché qui non regna l’indifferenza, qui si reagisce grazie a una storia che affonda le proprie radici in un sistema di valori nato con la Resistenza, esiste una cultura della legalità ancora oggi profondamente radicata – ha concluso –  L’Emilia dunque non ha intenzione di cedere e ci riuscirà continuando a  essere quello che è sempre stata, alimentando la fiducia nella comunità”. 

Antonio Nicaso ha quindi illustrato il tema del dibattito, quello delle riforme, “indispensabili in un Paese che ha sempre avuto una legislazione antimafia di natura emergenziale, nata sull’onda di fatti eclatanti e stragi eccellenti, e mai frutto di una riflessione ponderata e razionale”. “Ora finalmente, grazie al pacchetto di riforme prodotte dalla commissione coordinata da Gratteri, questo lavoro è stato svolto e se anche solo un terzo delle proposte diventerà legge metteremo davvero in difficoltà le mafie”, ha detto, sottolineando poi l’importanza “della semiotica delle buone pratiche, perché non bisogna solo essere onesti, ma anche dimostrarlo quotidianamente con gesti adeguati” e tornando, dunque, sulla polemica che ha riguardato il sindaco di Brescello. “Io, che vivo a settemila chilometri di distanza, non posso certo chiedere  le dimissioni di chi è stato eletto democraticamente, le dimissioni in una vicenda che non ha risvolti penali sono un fatto personale – ha detto – Ma non sono certamente concepibili certe valutazioni da parte di un sindaco su uomini con sentenze passate in giudicato per associazione mafiosa e che anche le recenti indagini confermano essere personaggi di spicco della ‘ndrangheta.
 Queste non sono e nemmeno possono sembrare brave persone, questa è feccia da isolare come sta facendo ad esempio la Prefettura di Reggio Emilia con il consistente numero di interdittive antimafia emesse anche recentemente, nel solco del coraggioso lavoro avviato da Antonella De Miro”.
 
Mario Conte, consigliere di Corte d’appello del Tribunale di Palermo, ha quindi ribadito la necessità di un impegno comune, a partire innanzitutto dai cittadini e in particolare dai giovani, “che devono scendere in campo, non essere spettatori, perché la prima riforma sta in noi:  la società deve assumersi le proprie responsabilità, dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere, perché la mafia non si sconfigge con magistrati e forze dell’ordine, ma come ci ricorda Gesualdo Bufalino con un esercito di insegnanti elementari”.
Emblematico il caso di “quei quattro ragazzi, tra 20 e 25 anni, che una notte tappezzarono Palermo con adesivi con su scritto “un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”: si erano chiesti se davvero volevano vivere in una società soffocata dalla mafia e, in questo Paese dove siamo solitamente più bravi a lamentarci, avevano deciso di rimboccarsi le maniche. Da lì è nato il comitato “Addiopizzo”, che oggi conta migliaia di iscritti, e ha messo in rete oltre mille commercianti protetti solamente da un adesivo”.
 
Il procuratore aggiunto Dda di Reggio Calabria Nicola Gratteri è quindi entrato nel dettaglio del pacchetto di riforme consegnato a fine anno al Governo Renzi, al termine del lavoro nato “grazie proprio a una intuizione di Delrio, che me lo chiese per telefono negli stessi giorni in cui… non ero ministro”. “Un lavoro nel quale ho coinvolto professionisti di mia assoluta fiducia per valore etico-morale e competenze tecnico-giuridiche e che ha avuto tre criteri di fondo: non abbassare di un millimetro il livello di garanzia degli imputati; non rendere conveniente delinquere;  utilizzare il più possibile ogni tecnologia per abbattere costi e tempi dei processi”.
Alcune di queste riforme sono tanto utili e redditizie quanto di sconvolgente semplicità, a conferma di come questo Paese sia purtroppo sotto molti aspetti fortemente arretrato: “Con l’informatizzazione dei procedimenti e la chiavetta usb di un avvocato si possono eliminare a ogni richiesta di copia degli atti settimane di lavoro e ventimila euro di fotocopie; regolando in maniera diversa le eccezioni preliminari si possono accorciare di due, tre mesi i processi; videoregistrando le deposizioni dei testimoni si può evitare che, per il trasferimento o anche la maternità di uno dei giudici dei processi ordinari, si debba ricominciare daccapo, ma anche far perdere tempo e denaro a poliziotti nel frattempo trasferiti a migliaia di chilometri di distanza chiamati a ripercorrere l’Italia per confermare quanto già detto”, ha detto Gratteri. Poi ancora la possibilità di infiltrare agenti sotto copertura o utilizzare finte società finanziarie per contrastare mafie e corruzione, tema anticipato al dibattito di ieri, e l’inasprimento delle pene per gli ecoreati, oggi solamente puniti con semplici contravvenzioni. Nuove regole e sanzioni sulle intercettazioni telefoniche: “Il nostro obiettivo non è limitare la libertà di informazione, ma scoprire chi passa le notizie ai giornalisti ed evitare che i processi si svolgano prima sui giornali e che alla gente interessi più il gossip del reato, che non è da Paese civile ed evoluto” (anche se Gratteri dovrebbe sapere bene che i giornalisti leggono le intercettazioni per lo più nelle ordinanze dei Gip, fanno magistrali copia-incolla, ndr.). Ma soprattutto una profonda riforma della polizia penitenziaria. Da trasformare, prendendo a riferimento i marshals americani (il Tommy Lee Jones de “Il fuggitivo” per intendersi), in un Corpo di giustizia dello Stato che si occupi della gestione di tutti i provvedimenti limitativi della libertà personale, dalla fase immediatamente successiva all’emissione fino alla materiale esecuzione, nonché dell’amministrazione dei collaboratori di giustizia e della sicurezza di tribunali e magistrati.
 Ed anche in queste settore, grazie alle tecnologie, “e in particolare alle videoconferenze, ogni anno si potrebbero risparmiare 70 milioni sprecati per questa sorta di turismo giudiziario, ovvero la traduzioni di detenuti per processi che occupano ben 10.000 degli attuali 44.000 agenti di polizia penitenziaria, con alto rischio di evasione e pericoli anche per la comunità: 70 milioni che potrebbero essere investiti ogni anno in tecnologie e in assunzioni di agenti o di personale di cancelleria”.

L’intervento di Gratteri è stato inframmezzato dall’atteso collegamento telefonico con Antonino Di Matteo, pubblico ministero del Tribunale di Palermo, contattato da un Antonio Nicaso che non ha potuto esimersi dall’esternare “il proprio atteggiamento critico nei confronti delle logiche correntizie del Csm, perché Di Matteo alla Procura nazionale antimafia sarebbe stata la persona giusta al posto giusto”.
“Ho ancora ben vivo il bellissimo ricordo del meraviglioso incontro dello scorso anno, della voglia di partecipazione di tanti giovani che vogliono lottare contro la mafia – ha detto il magistrato rivolto ai ragazzi – Purtroppo impegni di lavoro mi hanno impedito di tornare a Reggio Emilia, ma sono certo che i relatori sapranno stimolarvi per farvi capire che la mafia non è solo una questione militare, non è roba di stragi e droga, ma è soprattutto una mentalità:  là dove prevale la logica del favore e della raccomandazione, c’è la mafia, una mafia oggi sempre più strettamente legata alla corruzione e che cerca di impadronirsi dell’economia e delle istituzioni. Tenetelo sempre ben presente e tenete alta la vostra passione civile, perché la mafia prospera nel silenzio e nel disinteresse”.
 
Ha chiuso i lavori l’ex sindaco di Reggio e neo ministro alle Infrastrutture, Graziano Del Rio, che ha ribadito la necessità di riforme, e l’impegno del Governo in questa direzione, perché comunque “la  lotta alla mafia è fatta da professionisti come i magistrati al mio fianco, ma senza leggi e mezzi adeguati non può essere vinta, e il popolo e una condivisione vera sono certamente importantissimi, ma anche questa Liberazione ha bisogno di persone che imbraccino il fucile e combattano in prima linea”.

Quella contra mafia e corruzione è “una battaglia complicatissima, che necessita di un’alleanza vera anche con gli imprenditori, mentre la politica fondamentalmente deve mettere le persone in condizioni di far bene il proprio mestiere”, ha aggiunto Delrio confermando come “il ministro della Giustizia sia impegnato a portare avanti il prezioso lavoro coordinato da Gratteri”.
L’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri ha poi ricordato le misure già attuate, o in cantiere, da parte del Governo: dalla recente nomina di Raffaele Cantone a capo dell’Autorità nazionale anticorruzione per rafforzare la vigilanza su contratti pubblici, “che però non significa bloccare i lavori”, alla indispensabile riforma del codice degli appalti, “che dovrà certamente  limitare le gare al massimo ribasso che favoriscono solo la mafia, prevedere una sorta di rating di legalità per le imprese e un albo ben verificabile di collaudatori e controllori di opere pubbliche”. Riforme che devono essere portate avanti nel segno della “semplificazione, non certo aggiungendo norme perché più semplifichiamo più saremo efficaci”. “La politica deve aiutare gli amministratori a fare il bene delle loro comunità e ha il dovere di controllare perché così si recupera la fiducia dei cittadini, ma serve anche l’impegno e l’orgoglio da parte di ognuno di noi  nel fare e nel vedere una cosa fatta bene”, ha concluso il ministro ricordando la locuzione latina ubi societas, ibi ius: “se una società è attenta, allora c’è la legge”.

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