Operazione Zarina, prime condanne: 5 anni a Vito Muto. Processo in ottobre a Michele Pugliese e Caterina Tipaldi

21/3/2015 – Prime condanne contro i terminali reggiani delle cosche Arena e Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, insediate stabilmente nelle folte comunità calabresi della Bassa.
All ‘udienza preliminare davanti al Gup di Bologna, per l’operazione  Zarina che nell ‘aprile 2014 aveva sgominato il clan Pugliese (con l’arresto di 13 persone,  di cui sei donne, a Gualtieri e Guastalla e il sequestro preventivo  di beni per 13 milioni di euro) sono stati condannati per reimpiego di capitali e intestazione fittizia  di beni con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa, i 5 imputati che avevano  scelto il rito abbreviato.
Vito Muto è stato condannato a 5 anni e 2 mesi, Diego Tarantino a 4 anni, Federico Periti a 4 anni, 5 mesi e 10 giorni, Anna La Face e Salvatore Mungo a due anni.

Invece gli imputati principali, vale a dire il boss Michele
Pugliese detto “la papera” e la sua ex compagna Caterina Tipaldi, detta “la zarina” ( da cui il nome dell’operazione ) andranno a processo l’8 ottobre prossiml per estorsione, intestazioni fittizie  e rimpiego i capitali di provenienza illecita sempre con l’aggravante mafiosa. Con loro sono stati rinviati a giudizio altri quattro membri della famiglia Pugliese (Mirko, Vittoria, Doriana e Mery), oltre a Giuseppe Ranieri e Carmela Faustini.

Le indagini della Dda di Bologna, coordinate dal pm Marco Mescolini (lo stesso dell’operazione Aemilia) portarono alla luce un giro di intestazioni fittizie di beni e società attive per lo più nel ramo dei trasporti, riconducibili a Michele Pugliese, uomo della ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto in Emilia, coadiuvato dalla “zarina” nella gestione deintraffici illeciti mentre  si trovava agli arresti domiciliari e aveva subito già un sequestro preventivo di beni con l’operazione “Pandora” del 2009.

A Reggio Emilia, l”indagine prese il via nel 2010 da una  segnalazione dell’allora Presidente della Camera di Commercio Enrico Bini e da un controllo dei Carabinieri sulla societa’ “Autotrasporti Emiliana Inerti Srl unipersonale” (con sede operativa nel reggiano e sede legale ad Isola di Capo Rizzuto), il cui amministratore unico era Federico Periti. Ma a gestire la società era di fatto Pugliese, che aveva sottratto numerosi beni al sequestro preventivo dell”operazione Pandora intestandoli ad altre persone.

A Bologna, invece, le indagini partirono nel novembre 2011, quando i Carabinieri della compagnia di San Giovanni in Persiceto cominciarono a indagare sull”incendio di alcuni escavatori in una cava della societa” “Lame 91”, con sede a Castel Maggiore ma con attivita’ di estrazione a Sala Bolognese, nella quale risultavano effettuare movimento terra alcune ditte calabresi. Le indagini, passate poi al Nucleo investigativo del Reparto operativo, si concentrarono sulla famiglia Tipaldi.

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