Chiude Ostetricia di Castelnovo Monti, si preparano barricate. Teneggi attacca la Regione e il direttore Ausl Nicolini

24/3/2015 – “Questo è un pezzo di smantellamento della montagna, e le ragioni addotte per la chiusura del reparto di Ostetricia all’Ospedale Sant’Anna di Castelnovo Monti sono perlomeno inquietanti”.
Giovanni Teneggi, direttore di Confcooperative entra così nel merito del piano regionale dei tagli sulla sanità reggiana e sulle affermazioni del direttore generale dell’Ausl, Fausto Nicolini. Il quale ha dichiarato alla Gazzetta di Reggio che vi sarà una revisione dei punti nascita con la chiusura delle ostetricie di montagna “nonnper motivi di risparmio ma per garantire un’assoluta sicurezza a mamme e bambini”. “Lo standard definito a livello nazionale – ha detto Nicolini – prevede per ogni reparto almeno cinquecento nascite all’anno. È un limite al disotto del quale non sono garantite le condizioni di sicurezza. A Castelnovo Monti si verificano appena duecento nascite all’anno. È un problema che nella nostra regione riguarda i presidi ospedalieri di montagna, come anche quelli di Pavullo e Borgotaro. Se la struttura non è idonea non vi sono margini per tenerla aperta”.

La replica di Teneggi è al vetriolo: “Le scelte regionali danno intanto una prima certezza, e cioè che per chi fa politica la montagna e la vita in Appennino significano soltanto tradizione e memoria, dimenticando temi come la crescita dell’economia, i giovani, le famiglie, i servizi, la sicurezza e una sanità adeguata ad un territorio di per sé svantaggiato”.
“Non abbiamo ancora visto nulla a proposito di sviluppo economico e di servizi – afferma il direttore di Confcooperative – ma intanto vediamo il taglio di un reparto ospedaliero che viene chiuso – stando alle motivazioni addotte – per motivi di sicurezza, e non per ragioni economiche”.
“Una spiegazione che se non nascondesse un problema riconducibile a tagli di costi – incalza Teneggi – apparirebbe quantomeno allarmante: quante donne, se così fosse, hanno partorito in questi anni nell’insicurezza e quante, da oggi, si rivolgeranno al Sant’Anna? “L’impressione, essendo del tutto convinti che invece si tratti sono di questioni economiche, è che si voglia quasi provocare una sorta di “autochiusura” del reparto da parte di utenti allarmati”.

“Non è facile  – prosegue il direttore di Confcooperative – comprendere quali siano le ragioni per le quali al di sotto di 500 parti all’anno non si possa garantire sicurezza a 200 madri e bambini, i cui prossimi spostamenti sul Mire a Reggio Emilia certamente determineranno maggiore insicurezza legate agli spostamenti e ai tempi di percorrenza, nonché maggiori costi per l’evidente probabilità di un maggior ricorso a mezzi dell’assistenza pubblica, certamente dotati di standard di sicurezza e di assistenza rispetto a quelli di qualsiasi mezzo privato”.
“La sensazione, nettissima, è che l’obiettivo – sottolinea Teneggi – sia semplicemente un azzeramento di costi, senza alcuna valutazione sul ciò che significa, in un territorio come la montagna, caratterizzato dalla presenza di tanta parte di popolazione anziana, togliere la possibilità di nascere in un reparto ospedaliero, che peraltro nessuna casistica dimostra essere insicuro come oggi ci si sente dire”.
“La nascita del Mire, enfatizzato come soluzione centralizzata della questione dell’ostetricia in montagna, è in realtà la causa di un problema che si apre in Appennino e certamente non solo lì, perché è evidente che un investimento di quella portata (25 milioni) determina oggi a Castelnovo Monti e determinerà altrove riduzioni di spesa nei presidi ospedalieri periferici, per il cui futuro siamo non meno preoccupati e attenti”.
“Proprio oggi abbiamo discusso, anche insieme alla Regione, dell’esperienza delle cooperative di comunità – peraltro già attive nel nostro territorio più che altrove – come possibilità di sviluppo economico, di tenuta sociale, di implementazione di servizi anche nelle aree più distanti dal capoluogo”.
“La risposta che viene sulla sanità – conclude il direttore di Confcooperative – va in direzione esattamente opposta, quando invece, in questo come in altri campi presidiati dal pubblico, si possono mettere in atto soluzioni integrate pubblico-privato che siano in grado di assicurare possibilità di vita e di lavoro in territori già sufficientemente penalizzati da disegni che privilegiano la costruzione di un’unica grande città le cui dimenticate periferie si estendono dal crinale al Po”.

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