Quando Pasolini definì Cutro “paese dei banditi”

di Pierluigi Ghiggini

Nell’estate del 1957, quando l’Italia mollava gli ormeggi dalle macerie della guerra per navigare verso il miracolo economico, Pier Paolo Pasolini realizzò un reportage per la rivista Successo viaggiando su una Fiat Millecento lungo le coste italiane, al fine di raccontare mutamenti, differenze, contrasti.
 Giunto nella Calabria ionica descrisse Cutro con parole terribili e drammatiche, che ancora oggi bruciano nel cuore dei cutresi (almeno degli anziani che vissero quella vicenda). 
Pasolini definì Cutro “paese di banditi”, dove “si sente di essere fuori dalla legge”. Tuttavia intendeva la parola “banditi” non come malfattori, bensì come scacciati, oppressi dal potere. Non era da lui mettere all’indice un intero popolo, e cercò anche di spiegare il senso delle sue parole. Nondimeno scoppiò un putiferio, un incendio d’indignazione difficile, se non impossibile, da estinguere.

Ecco cosa scrisse Pasolini:  “L’Ionio non è mare nostro: spaventa. Appena partito da Reggio – città estremamente drammatica e originale, di una angosciosa povertà, dove sui camion che passano per le lunghe vie parallele al mare si vedono scritte “Dio aiutaci”- mi stupiva la dolcezza, la mitezza, il nitore dei paesi sulla costa. Così circa fino a Porto Salvo. 
Poi si entra in un mondo che non è più riconoscibile. 
Vado verso Crotone, per la zona di Cutro. Illuminati dal sole sul ciglio della strada, due uomini mi fanno segno di

fermarmi. Mi fermo li faccio salire. Mi dicono – questa è zona pericolosa, di notte è meglio non passarci. Due anni fa, qui, in questo punto hanno ammazzato a uno, un ricco signore, mentre tornava in macchina da Roma – Ecco, a un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, Cutro. Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio. 
È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. 
Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c’è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia. 
Nel fervore che precede l’ ora di cena l’omertà ha questo forma lieta, vociante: nel loro mondo si fa così. Ma intorno c’è una cornice di vuoto e di silenzio che fa paura”. 
in quell’epoca la povertà più triste, mitigata solo da un senso incrollabile di solidarietà famigliare, era il paradigma dell’esistenza a Cutro. Come un po’ dappertutto nella Calabria ionica, le donne mangiavano una sola volta al giorno, e per scaldarsi e alimentare i focolari per il formaggio  il paese andava a fare legna nelle terre del barone (ma forse erano antichi beni comuni defraudati). guardaboschi del signore denunciavano chiunque, sino a quando tutti i capifamiglia e i giovani non furono condannati, e a mezza popolazione non fu tolto il diritto di voto. Al confronto L’albero degli zoccoli appare come uno scherzo. Poi la riforma agraria della Dc, e l’emigrazione a Reggio, hanno cambiato molte cose.

Si può dunque immaginare come furono accolte, in quel contesto del 1957, le parole di Pasolini. 
L’amministrazione comunale di Cutro presentò querela per diffamazione alla Procura della Repubblica di Milano, accusando lo scrittore poeta di “una montagna di luoghi comuni anticalabri”. 
“La reputazione, l’ onore, il decoro, la dignità delle laboriose popolazioni di Cutro sono stati evidentemente e gravemente calpestati – si legge nella querela –  … Le dune gialle, altro termine africano usato da Pasolini, sono punteggiate da centinaia di case linde, policrome, gaie, dell’Ente della riforma dove la laboriosa gente del sud, Calabria, Cutro, fedele al biblico imperativo, guadagna il pane col sudore della propria fronte, e non scrivendo articoli diffamatori contro i propri fratelli, contro gli italiani”.

Pasolini, forse sollecitato dall’editore, cercò di rimediare spiegando il senso del suo scritto con una lettera dalla Calabria. Ecco le sue parole rivolte ai cutresi. 

“Anzitutto a Cutro, sia ben chiaro, prima di ogni ulteriore considerazione, il quaranta per cento della popolazione è stata privata del diritto di voto perché condannatq per furto: questo furto consiste poi nell’aver fatto legna nella tenuta del barone. 
Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non ‘bandita’ dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici? E appunto per questo che non si può non amarla, non essere tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuole perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole…”.

La querela del sindaco di Cutro finì con un non luogo a a procedere. Due anni dopo, nel 1959 Pasolini fu proclamato vincitore del premio letterario Crotone. Una giuria di mostri sacri come Giorgio Bassani, Carlo Emilio Gadda, Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti e il Leonida Repaci fondatore del Viareggio gli assegnarono il premio per Una vita violenta. Esplosero comunque feroci polemiche: il caso Cutro bruciava ancora. 

Anche se oggi quell’episodio è dimenticato, o meglio, rimosso, rievocarlo può essere utile per comprendere le ragioni lontane della sensibilità della comunità cutrese di Reggio Emilia sui temi della propria identità (che del resto ha radici arcaiche) e perchè ancora oggi le notizie e le affermazioni con qualche sfondo critico vengano bollate come razzismo. E perchè anche quando si parla di ndrangheta e operazioni contro la criminalità c’è sempre qualcuno che deve mettere in guardia, anche fuori luogo, dal linciaggio mediatico, dalle generalizzazioni, dal marchio d’infamia. È storia antica. 

 

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