Noi e la strage di Parigi: perchè siamo tutti in pericolo

di Pierluigi Ghiggini 

È inutile nascondersi dietro un dito: la strage di Parigi, questo modo infame di uccidere persone inermi, giornalisti, poliziotti e vignettisti, e con loro di colpire la libertà di stampa, quella “eccezione culturale” che è un pilastro della civiltà e della democrazia europea, sposta indietro gli orologi di molti anni. Anche da noi.
Il fiume di sangue nella redazione del Charlie Hebdo ha reso, da ieri, tutti noi più vulnerabili, meno sicuri, più esposti. In questo senso la strage è, per i suoi effetti, paragonabile al 9/11 della Torri Gemelle di New York.
Inutile indorare le pillole: qualche cellula islamica, anche da noi, è pronta a risvegliarsi. Specialmente dove è più facile reperire covi, coperture, finanziamenti, strutture logistiche, complicità, terreni di coltura favorevoli. Di colpo l’invettiva dell’autonominato califfo Al Baghdadi (“Arriveremo a Roma”) perde la sua patina folkloristica ed emerge nella sua verità
di minaccia terroristica islamica, autentica e pronta a scattare in qualsiasi momento.
A Reggio qualcuno ricorda ancora i possenti cori di “Allah Akbar” davanti alle chiese del centro di Reggio Emilia  durante il corteo di oltre tremila cittadini musulmani, l’11 febbraio 2006,  che pretendevano da noi le scuse per le vignette su Maometto. Ci guardammo in faccia, quel giorno, io e un funzionario ed entrambi mormorammo: “Non si torna più indietro”.
Mentre l’ultimo romanzo di Houellebeq, “Sottomissione”, racconta di una Francia del 2022 governata da un presidente islamico, in cui le donne stanno a casa ad accudire marito e figli, ieri a Reggio Emilia il vescovo Camisasca ha posto un interrogativo cruciale: “Dopo il fallimento del modello di
integrazione tentato in Francia, l’Italia riuscirà a trovare una strada originale verso la convivenza?”. Il punto è proprio questo. Non è sufficiente dichiarare livelli di  allarme elevatissimi: certo, tutti vogliano sentirci più sicuri, e lo Stato deve fare il possibile garantire la nostra sicurezza. Va elevata ben oltre l’abituale la nostra soglia di difesa dall’estremismo e dal terrorismo di matrice islamica.
Ma un progetto autentico di convivenza e integrazione, oggi, non può avere solo una risposta “militare”. È prima di tutto un progetto culturale, in cui italiani e europei devono riprendere le fila dei loro valori fondanti e rinvigorirli, ma che al tempo stesso comporta una mobilitazione, un cambiamento di mentalità da parte delle stesse comunità islamiche. È lì che deve avvenire una battaglia per isolare il fondamentalismo, dopo gli anni in cui centri islamici e moschee sono stati il portale attraverso cui sono passati estremismi, dissimulazioni, visioni revansciste nei confronti dell’Occidente, terrorismi.
Oggi il fondamentalismo e terrorismo corrono su internet, per questo è più difficile individuare le loro legioni più o meno dormienti. Per questo una nuova consapevolezza delle comunità islamiche, qualcosa di simile a un loro movimento interno di liberazione ideologica e culturale, è essenziale per un futuro di convivenza. Altrimenti l’idea dell’Europa come grande califfato, di un Al Baghdadi che predica a San Pietro continueranno a farsi strada, e l’Europa, o quanto ne resterà, inevitabilmente affronterà nuove e inedite guerre interne e esterne per non soccombere, prima che si realizzi sul serio la profezia di Houellebeq. Ma non è questo, proprio per niente, il mondo che vogliamo.

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Una risposta a 1

  1. Mario Guidetti - CNOG Rispondi

    08/01/2015 alle 21:25

    Documento Ordine dei Giornalisti Emilia Romagna
    L’orrore suscitato dall’attentato al settimanale francese Charlie Ebdo non può lasciarci indifferenti. Anche i giornalisti dell’Emilia-Romagna si sentono infatti colpiti, scossi, emotivamente coinvolti di fronte a quanto è accaduto a Parigi. Tanto più che, in questo caso, il terrore fondamentalista si è accanito su uno dei valori fondanti della nostra democrazia e della nostra civiltà, quello della libertà di stampa e di pensiero.
    Per questi nuovi barbari, evidentemente, i giornalisti liberi sono considerati un ostacolo da eliminare, da abbattere; situazione purtroppo molto diffusa, come dimostrano i tragici numeri forniti dall’associazione Reporters Sans Frontières che testimoniano il sacrificio di 66 colleghi soltanto nel 2014.
    Alla redazione di Charlie Ebdo e a tutta la stampa francese va quindi la totale solidarietà dell’Odg Emilia-Romagna.
    Anche noi, in questo momento così drammatico, ci sentiamo tutti francesi.

    Antonio Farnè
    Presidente Odg Emilia-Romagna

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