Altro che anticorpi: “Reggio epicentro della ndrangheta”

28/1/2015 – Reggio Emilia è veramente terra di mafie. È la provincia del Nord Italia, come dimostra la colossale operazione iniziata oggi e che andrà avanti ancora per molto tempo, più inquinata e infiltrata dalla ndrangheta. Al punto, questa la novità straordinaria certificata dall’operazione Aemilia, che qui la ndrangheta ha assunto un fisionomia organizzativa autonoma, e i Grande Aracri ormai sono diventati il punto riferimento per le altre cosche emiliane. 
Duecento persone fra indagati e arrestati sono un esercito. Gli affiliati all’associazione mafiosa reggiana, sinora individuati, sarebbero 68: dentro c’è gran parte dell’edilizia cutrese. C’è anche sconcerto per l’arresto di Giuseppe Pagliani per concorso esterno, tenendo conto del suo impegno per legalità espresso a più riprese nelle assemblee elettive, nondimeno la maxi inchiesta della Dda ha scoperchiato un pentolone che stava per esplodere e ha messo a nudo l’incapacità politica e culturale del sistema reggiano di comprendere per tempo la profondità dell’inquinamento mafioso, e il suo livello di pericolosità. 
Sembrano davvero lontani anni luce i tempi in cui Enrico Bini, poi estromesso dalla Camera di commercio, combatteva isolato da tutti. Oggi per Reggio comincia un percorso di risanamento morale, politico e istituzionale che si prennuncia non facile, nè breve. Ma segnali concreti di rinnovamento sono urgentissimi, soprattutto alla luce delle affermazioni dei magistrati che tirano le fila dell’inchiesta. 
“Abbiamo scoperto la mafia imprenditrice – ha dichiarato il proxuratore capo di Bologna Roberto Alfonso  – Nella parte occidentale dell’Emilia opera una cellula cutrese che ha raggiunto la piena autonomia dopo 32 anni di penetrazione mafiosa. Il gruppo emiliano ha epicentro a Reggio Emilia”. 
Le indagini Pandora, Scacco Matto e Edilpiovra risolgono ormai al 2003, ma è da lì che ha preso le mosse l’imponente la lavoro di indagine che oggi riconduce mille frammenti a un visione unitaria: quella di una “mafia imprenditrice” in cui la zona grigia appare pienamente integrata nel fenomeno, e per quest ragione è più difficile riconoscerne struttura, confini e modi di agire. 

“Le indagini proseguiranno per molto tempo – ha aggiunto Alfonso – Gli indagati sono oltre 200 e gli accertamenti sono ancora in corso. Le infiltrazioni si snodato su più livelli, anche tra le forze dell’ordine. Sono coinvolti, infatti anche un ex carabiniere di Reggio Emilia ed un ex ispettore della polizia di Catanzaro”. Il procuratore ha citato affari delle cosche calabresi anche con i camorristi e il coinvolgimento nell’inchiesta di commercialisti, istituzioni, rappresentanti delle forze dell’ordine e del mondo dell’informazione. 
La mafia si insinua anche nella ricostruzione post-sisma nella Bassa modenese e a Parma, per scambio di voti e appalti. C’è stato un tentativo di inquinare le elezioni amministrative a Parma; il procuratore segnala i casi di “Salsomaggiore, Sala Baganza e Brescello nel 2009”. E’ stato sequestrato un intero quartiere a Sorbolo e anche i recenti sequestri a Montecchio fanno parte dell’inchiesta.

E il clan Grande Aracri? Esso appare come il dominus della situazione. Emblematiche le parole del procuratore di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo: “Grande Aracri (il boss Nicolino, ndr.) voleva una grande provincia autonoma da quella reggina… Si atteggiava a capo di una struttura al di sopra dei singoli locali… In Emilia Romagna non si faceva niente senza il consenso di Grande Aracri”. Non è necessario aggiungere altro.

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