Anche tremila anni fa Reggio era alle prese con gli immigrati. Via alla mostra “Gli Etruschi e gli altri”

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Reggio Emilia “città etrusca”: una conferma e una riscoperta. L’incontro fra civiltà antiche – Etrusca, Celtica e Ligure – in Pianura padana riproposto 2.700 anni dopo, nell’anno di Expo 2015, che è incontro attuale fra culture diverse.

“Gli Etruschi e gli altri. Reggio Emilia terra di incontri”. Venerdì 12 dicembre nel Palazzo dei Musei inaugurazione della mostra, sabato 13 dicembre nell’aula Magna Pietro Manodori dell’Università di Modena e Reggio Emilia presentazione del volume a cura di Roberto Macellari.

et555310/12/2014 – Reggio Emilia “città etrusca” e inclusiva. Il 12 e 13 dicembre a Reggio Emilia una mostra e un volume per affermarlo.
Il progetto che li riunisce, intitolato significativamente ‘Gli Etruschi e gli altri. Reggio Emilia terra di incontri’, è

promosso dalla Fondazione Manodori, dal Comune di Reggio
Emilia – Musei civici e dalla Soprintendenza dei Beni archeologici dell’Emilia Romagna in collaborazione con Studio R Light e Lyons club Albinea “Ludovico Ariosto”.
L’iniziativa avviene nell’anno di Expo 2015 (la mostra inserita nel progetto sarà aperta per tutto il periodo dell’Esposizione universale, fino al 31 ottobre 2015) e nel
centocinquantesimo del riconoscimento di una presenza etrusca nel Reggiano. Un’occasione di riflessione che si compone di una mostra e di un libro a cura di Roberto Macellari che saranno presentati rispettivamente il 12 e 13 dicembre nel Palazzo dei Musei di Reggio Emilia (Manica Lunga) e nell’aula Magna Pietro Manodori dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
Sono iniziative che vengono a coronare anche decenni di studi e di scavi, mossi dalle intuizioni e dalle capacità del grande Giancarlo Ambrosetti che, da direttore dei Civici Musei, spinse l’orizzonte etrusco ben più lontano dai confini fissati da padre fondatore dell’etruscologia, Massimo Pallottino, aprendo una nuova stagione di scavi, ritrovamenti e conquiste scientifiche.
Il progetto è stato presentato stamani nel Palazzo dei Musei dal sindaco Luca Vecchi, dal presidente della Fondazione
Manodori Gianni Borghi, dal direttore dei Musei Elisabetta Farioli, dal curatore Roberto Macellari e da Giada Pellegrini del dipartimento di didattica dei Musei.

et2443“E’ una felice scelta sia di contenuti sia di tempi, la promozione di questo progetto nell’anno di Expo 2015 – ha detto il sindaco Luca Vecchi – Parliamo di un progetto culturale che ci aiuta a riscoprire le nostre antichissime origini e ci fa capire quanto siamo il ‘prodotto’ di culture,
popolazioni e civiltà, quelle Etrusca, Celtica e Ligure, fra loro diverse che si sono incontrate, mescolate, contaminate pacificamente e arricchite reciprocamente, ad esempio nella
scrittura introdotta dagli Etruschi, nell’agricoltura, nelle
comunicazioni stradali. Un percorso che ci dà prova di quanto il nostro territorio nei millenni, anche per la sua collocazione e conformazione geografica, sia stato come oggi vocato all’incontro, allo scambio, alla relazione. Una riflessione profonda sul passato, da cui il nostro presente e il nostro futuro, con una lettura ‘lineare’, possono trarre nuova ricchezza di conoscenza e stimolo al confronto: oggi, nel mondo globalizzato, viviamo qui nuovi incontri fra culture e civiltà.

eet“L’anno di Expo è dunque quello giusto – ha concluso il sindaco – per proporre questa operazione culturale: Expo è anche e forse soprattutto incontro fra culture e civiltà fra loro diverse, che vogliono parlarsi, relazionarsi, aiutarsi, costruire futuro insieme. La mostra sugli Etruschi inoltre potrà essere elemento di ulteriore attrattività per Reggio Emilia e il suo Palazzo dei Musei, nel periodo dell’Esposizione universale. E le proposte didattiche edivulgative, collegate al progetto sugli Etruschi, per ogni età e in particolare per i giovanissimi, confermano l’impegno
educativo e diffusivo della nostra istituzione museale”.

“La Fondazione Manodori – ha dichiarato il presidente Gianni
Borghi –  con l’obiettivo di proseguire un percorso iniziato anni fa sulla cultura reggiana, per far conoscere ai nostri concittadini e agli studiosi aspetti meno noti della storia locale. Per noi è un investimento di promozione culturale e sociale che intendiamo continuare con altre pubblicazioni e
iniziative. La presenza degli Etruschi ha la stessa connotazione di accoglienza e incontro che viviamo ancora oggi”.

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“Sono trascorsi ormai centocinquant’anni – ha aggiunto Elisabetta Farioli, direttore dei Musei – da quando don Gaetano Chierici ha individuato la presenza degli Etruschi nel territorio reggiano. Da allora l’attenzione all’etruscologia
reggiana è stata al centro delle vicende del Museo. Durante la direzione di Giancarlo Ambrosetti, in particolare, uno stretto e fruttuoso rapporto con la Soprintendenza archeologica dell’Emilia Romagna ha garantito uno straordinario arricchimento delle collezioni del Museo. La mostra e il libro
vogliono mettere in risalto questo grande patrimonio e valorizzare le competenze scientifiche e le professionalità presenti nel Musei civici di Reggio Emilia che da anni lavorano e studiano dando nuovi apporti alla ricerca.

“La mostra e il libro – ha sottolineato il curatore Roberto
Macellari, responsabile delle collezioni archeologiche –  presentano un territorio dotato di una strada che dall’antichità ai giorni nostri non solo non ha mai cambiato la denominazione ma neppure il tracciato. Quel reticolo di vie accuratamente selciate e sapientemente corredate da fossati di raccolta delle acque di superficie costituiscono una delle più significative eredità che gli Etruschi ci hanno trasmesso. E’ lungo queste strade che, soprattutto a partire dal VI secolo
a.C., si sono spostate persone e merci, ma anche idee, lingue e sensibilità religiose diverse, creando i presupposti per
quella che nel titolo stesso del volume si definisce una “terra di incontri”.
Un territorio cioè nel quale accanto ad un gruppo etnico politicamente, economicamente, culturalmente dominante, l’etrusco, coesistono altre popolazioni, come la ligure e la
celtica, in generale in un rapporto di coesistenza pacifica, che crea i presupposti per l’assimilazione degli “stranieri” nella società etrusca, di cui si acquisisce il portato dei maggiori fermenti di civiltà. Fra questi non si può sottovalutare la trasmissione  dell’insegnamento della scrittura, cui sino ad oggi si può riferire un corpus di iscrizioni etrusche che per numero e qualità non ha confronti nei territori circostanti. Un territorio “letterato”, si direbbe, sin dagli albori della propria storia. Ma gli “stranieri” vi erano attratti per altri motivi, a cominciare
dai prodotti di un’agricoltura già allora evoluta, che poteva
alimentare il costume del simposio (il bere insieme) con tutte le seduzioni dei suoi antichi rituali.
Se le strade assolvevano il ruolo di veicolare merci e idee, erano soprattutto i santuari i luoghi dell’incontro. Là convergevano devoti di diversa tradizione religiosa, per compiere i propri riti di offerta a divinità comuni, in primo luogo alla dea Vei, protettrice dei raccolti, della fertilità femminile, ma anche simbolo di rinascita dopo la morte”.

Decolla, insomma, una notevole operazione culturale destinata a restare nel tempo, anche per la sua valenza formativa e ad avere, almeno si spera, ricadute immediate sul piano dell’accoglienza legata ad Expo 2015.
Se qualcosa stona, è il tentativo di impostare una discutibile
operazione ideologica sulla vocazione “inclusiva” della Reggio di oggi e dei suoi 31 mila cittadini residenti stranieri, come se fosse radicata nell’antichità.
E’ arcinoto che storia e preistoria dell’Europa sono una cavalcata praticamente ininterrotta di popoli in movimento, invasioni, migrazioni, integrazioni e guerre etniche, convivenze ed espulsioni. E che nella pianura padana tutto
questo si è manifestato in misura ancora maggiore nei millenni grazie alla fama di terra fertile e ricca.
Ma da qui a riscoprire le pretese radici di una vocazione inclusiva tipicamente reggiana, ce ne corre. Anche perchè etruschi, celti, liguri e romani hanno convissuto a lungo in un territorio molto vasto.
Tentare di nobilitare con un pedigree “firmato” da Etruschi,
Celti e Liguri,un processo migratorio che oggi appare più
“invasivo” che “inclusivo” , non è un buon servizio reso al bisogno di risolvere, qui e ora, molti problemi di integrazione e convivenza che anzichè andare a soluzione rischiano di incancrenirsi.

Al di là di questo, un convinto applauso a quello che appare come uno dei più importanti progetti culturali che hanno impegnato Reggio negli ultimi decenni.

Reggio Emilia è stata luogo d’incontro tra culture diverse, crocevia di legami tra popoli come Etruschi, Liguri e Celti e Umbri che individuarono nel Reggiano un territorio in cui fermarsi. Nel 1864 don Gaetano Chierici diede notizia di un’iscrizione rinvenuta a Castellarano, che senza esitazione attribuì agli Etruschi, riconoscendone la presenza in quei luoghi prima dell’avvento dei Romani. Da allora ad oggi, le indagini sulla presenza etrusca tra il Po, l’Enza e l’Appennino hanno messo in evidenza il rilievo che Reggio Emilia aveva assunto anche rispetto ad altre province limitrofe.

Il lavoro scientifico dei Musei civici e della Soprintendenza archeologica dell’Emilia Romagna, il rapporto con le associazioni operanti sul territorio, nuove ricerche e recenti rinvenimenti hanno rinnovato l’interesse per un popolo con il quale la città ha iniziato a “fraternizzare” nell’Ottocento e del quale restano affascinanti reperti custoditi nei Musei civici cittadini.

Una nuova attenzione confluita ora nella mostra allestita nel Palazzo dei Musei di oltre 200 oggetti delle collezioni dei Musei civici di Reggio Emilia e raccolta dalla Fondazione Manodori che ha promosso una nuova pubblicazione scientifica a cura di Roberto Macellari per approfondire e valorizzare il passato etrusco del territorio reggiano, riannodando i fili della storia e facilitando la comprensione dell’oggi a chi abita le terre segnate un tempo dai cippi d’Etruria.

Il progetto “Gli Etruschi e gli altri. Reggio Emilia terra di incontri”, oltre alla mostra, comprende laboratori didattici a cura del Dipartimento di didattica dei Musei Civici sul tema dell’ombra, centrale nella credenza religiosa etrusca, e visite guidate tutti i sabati alle ore 16.30 a cura delle Macchine Celibi.

LA MOSTRA

La mostra ‘Gli Etruschi e gli altri. Reggio Emilia terra di incontri’ sarà inaugurata venerdì 12 dicembre, alle ore 17, nel Palazzo dei Musei – Manica lunga (via Spallanzani n. 1), e resterà aperta fino al 31 ottobre 2015. Il lungo periodo d’apertura prevede altri importanti eventi espositivi. A cura di Roberto Macellari, l’esposizione pone l’accento sul quadro di una realtà composita, nella quale gli Etruschi, depositari della cultura scritta, detenevano le leve del potere politico ed economico almeno fino dal tardo VII secolo a.C. in rapporto con Liguri e Celti e, meno sicuramente, con Umbri.

Il Reggiano era un territorio di incroci culturali facilitato da un reticolo di strade che consentiva la circolazione di individui portatori di lingue, culture e religioni differenti. Unica fra le città capoluogo della regione, Reggio porta nel proprio nome il riferimento ad una strada che ha lasciato un segno imperituro nel suo divenire, al punto da esserne diventata la denominazione. La via Aemilia prende forma agli inizi del II secolo a.C. ereditando però una rete di strade tracciate secoli addietro dagli Etruschi che proprio il Reggiano restituisce con un’evidenza senza molti confronti in ambito regionale.
I devoti di diversa cultura, accomunati dalla fede nelle stesse divinità, poi convergevano nei luoghi di culto. Il maggiore di questi santuari era a Servirola a San Polo D’Enza, perno del culto alla dea Vei, assimilabile alla greca Demetra, e a Rat, l’Apollo etrusco.

La mostra presenta circa 200 oggetti delle collezioni dei Musei civici di Reggio Emilia, fra iscrizioni etrusche, bronzetti figurati, vasellame in bronzo e in ceramica. Sono presenti corredi funerari dei diversi gruppi etnici documentati nel Reggiano, Etruschi, Liguri e Celti, con riferimenti alla cultura umbra. Ma ci sono anche reperti dell’equipaggiamento militare, del simposio e dell’abbigliamento femminile e una rassegna epigrafica dei primi nomi a noi noti redatti in etrusco, che in alcuni casi svela l’origine etnica “altra” di personaggi poi assimilati nel nuovo contesto culturale. In mostra anche un lituo, insegna dell’augure, il sacerdote addetto a tracciare le strade, e un mozzo di ruota di carro etrusco che evocano l’intensità dei traffici che animavano quelle vie di comunicazione.
Spiccano infine i principali monumenti etruschi del territorio reggiano: i due cippi istoriati e iscritti rinvenuti vicino a Rubiera, che restituiscono nomi etruschi dietro i quali si celano origini diverse.

IL VOLUME

Il volume Gli Etruschi e gli altri, edito da Skira, sarà presentato sabato 13 dicembre, alle ore 10.30 nell’Aula Magna Pietro Manodori dell’Università di Modena e Reggio Emilia (viale Allegri 9). Dopo i saluti di Gianni Borghi presidente della Fondazione Manodori, di Luca Vecchi sindaco di Reggio Emilia, di Marco Edoardo Minoia soprintendente per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna e di Elisabetta Farioli direttore dei Musei civici, sono in programma gli interventi di Giuseppe Sassatelli direttore del dipartimento di Storia, Culture, Civiltà dell’Università di Bologna e di Roberto Macellari curatore del volume.
Roberto Macellari, responsabile delle collezioni archeologiche ed etnologiche dei Musei Civici di Reggio Emilia, con quest’opera fornisce, dopo il grande lavoro scientifico svolto da Museo e Soprintendenza negli ultimi decenni, una interessante chiave di lettura della realtà etnica e culturale, estremamente composita, del primo millennio a.C.
Il libro include inoltre il saggio introduttivo di Giuseppe Sassatelli sulla composita realtà etnica dell’Italia settentrionale nel primo millennio a.C. che permette al lettore di spingere il proprio sguardo anche oltre i limiti amministrativi del Reggiano, verso Felsina e le altre città dell’Etruria padana. E’ presente inoltre un contributo di Nicola Cassone su” Il nome del monte Surano, probabile sede di un culto a divinità infernali”.

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