Istoreco esalta il gappista Catellani, e si dimentica di scrivere che uccise don Pessina. Ma che bravi questi storici

Istoreco ne ha fatto un’altra delle sue. Ancora una volta vengono a galla distorsioni (vedi Cernaieto) e soprattutto silenzi, senza dubbio eleganti ma di comodo.
Nell’ultimo numero della rivista “Ricerche storiche”, edita dall’Istituto per la storia della Resistenza e dell’Eta contemporanea di Reggio Emilia, la dimenticanza è di quelle da antologia.

L'articolo di Prima Pagina di ieri

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Ricerche Storiche,dunque, pubblica la tesi di laurea di Mariachiara Conti sulla nascita e l’attività dei Gap nel reggiano, i Gruppi di azione partigiana attivi in pianura che, praticando una guerra di stampo terroristico, si macchiarono di numerosi delitti prima, durante e dopo la Liberazione.
In una scheda conclusiva, Istoreco pubblica il racconto autobiografico di Cesarino Catellani, gappista di prima fila, sul massacro del triumviro correggese Quirino Codeluppi, di cui lo stesso Catellani fu protagonista insieme ad altri complici.
Peccato che in tale scheda l’istituto di via Dante,
presieduto da Mirco Carrattieri, abbia incredibilmente sorvolato sul fatto che Cesarino Catellani fece anche parte del commando che nel giugno 1946 ammazzó don Pessina sul sagrato della chiesa di San Martino Piccolo.
Al processò si assunse la responsabilità del delitto insieme a Righi, però lo condannarono per autocalunnia: in galera
doveva andarci il sindaco di Correggio Germano Nicolini. Così
mentre il comandante Diavolo entrava in carcere, condannato ingiustamente, il PCi faceva cambiare aria a Catellani, mandandolo in Cecoslovacchia.
Un buco storico casuale (segnalato fra l’altro dallo storico
Luca Tadolini) o piuttosto la necessità permanente di eliminare ogni collegamente tra il gappismo e la mattanza del dopoguerra?
“La verità è che i comunisti perdono il pelo ma non il vizio – dichiara oggi Giuseppe Pagliani, politico e avvocato con una inguaribile passione per la storiografia – E’ inaccettabile l’amnesia di Istoreco, che nell’ultimo numero di “Ricerche storiche” taglia e cuce la storia manco fosse un abito su misura, confezionando una vulgata sartoriale a uso e consumo
del sempre più sbiadito e per certi versi traballante mito resistenziale. Non ci può essere una “storia condivisa” (concetto di cui da quelle parti ci si riempie la bocca) laddove la memoria della tragica guerra civile dell’immediato Dopoguerra continui a essere “curiosamente” selettiva”.

E aggiunge: “Nell’intempestiva stesura di un primo piano celebrativo delle “gesta” di un gappista reggiano, i custodi della fede locale hanno scordato di dire che Cesarino Catellani, nuovo eroe del Pantheon di Istoreco (finanziato con soldi pubblici!), fece parte del commando che uccise don Pessina. Semplice dimenticanza? Censura politica? Tabù ideologico? Il direttore Massimo Storchi si scusi dunque per la gaffe e faccia chiarezza, affinché un lapsus editoriale sul sangue dei vinti non si trasformi in uno sfregio alla memoria”.
A questo punto, visto che Ricerche Storiche fa testo come fonte anche per i giovani ricercatori, la rivista dovrebbe essere ritirata, completata con la vera storia di Cesarino Catellani e ristampata. Ma non ne avranno mai il coraggio.

(p.l.g.)

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2 risposte a Istoreco esalta il gappista Catellani, e si dimentica di scrivere che uccise don Pessina. Ma che bravi questi storici

  1. Luca Tadolini Rispondi

    02/12/2014 alle 13:49

    Il segreto del fascista Quirino Codeluppi.

    La recente polemica sulla pubblicazione nella rivista di ISTORECO, Ricerche Storiche, della testimonianza del gappista comunista Cesarino Catellani relativa all’omicidio dell’esponente fascista Quirino Codeluppi di Correggio, accompagnata al silenzio del primo e della stessa rivista storica sulla partecipazione del partigiano alla squadra che assassinò Don Pessina, mi ha portato ad approfondire la vicenda.
    Colpisce che ancora nel 2000 il partigiano rivendicasse l’omicidio di Codeluppi come “una delle più belle azioni partigiane” e che la testimonianza finisse ricordando “l’entusiasmo” che il ricordo dell’uccisione del fascista riusciva a suscitare in un altro gappista, che era stato complice nell’uccisione del politico avversario.
    Chi era QUIRINO CODELUPPI, classe 1898, squadrista, Triumviro, e responsabile del fascismo repubblicano a Correggio? Un fucilatore fascista? Un indifendibile violento? Fu giustizia assassinarlo a colpi di pistola al Bar Collumi di Correggio, dove “era solito trascorrere la maggior parte della giornata”?
    Non aveva ucciso nessuno. “Era un uomo da fisico robusto, bruno con folte sopracciglie sotto le quali brillavano due occhi sagaci”, lo descrive un conoscente, “era un uomo dall’aspetto duro e crudele. Con quegli occhi, quella corporatura, metteva spavento, ma non era in fondo un uomo cattivo”. Gli veniva contestato di aver costretto un gobbetto del posto a fargli da guardia del corpo, e un po’ da porta fortuna: una situazione che al povero uomo costò la vita, anche lui assassinato dai partigiani.
    “Codeluppi era un fanatico fascista, ma non al punto di non capire, negli ultimi mesi appare sempre più consapevole di combattere una battaglia perduta: percepisce il senso di essere giunto alla fine”. Avrebbe detto ad un amico: “so che mi vogliono ammazzare perché ho bastonato e quelli che mi diedero l’ordine di bastonare non mi vogliono più vedere, mi stanno lontani. Mi hanno spremuto come un limone e sento di essere un uomo finito”.
    Già Quirino Codeluppi li aspettava. “Brusco nei modi, burbero nel tratto, tetragono ad ogni ipocrisia di forme, fedele fino all’ingenuità alle amicizie”, scrive un anonimo sul foglio fascista alla sua morte, “Se la società potè rinfacciargli qualche errore egli scontò e riscattò in lunghi anni di esilio e di lavoro in Africa e Albania”. “Figlio autentico del popolo”, durante la guerra faceva valere il suo potere di triumviro “per imporre alla borghesia tentennante fra nostalgie badogliane e le simpatie anglicizzate il dovere di intervenire con larghezza nell’alleviare le conseguenze della guerra”.
    Ma la guerra era diventata civile: per l’assassinio del Caposquadra Angelo Ferretti , a gennaio, era scattata a Reggio Emilia una dura rappresaglia che aveva visto fucilati, insieme a Don Pasquino Borghi, anche 4 correggesi. Era questo il motivo per cui i partigiani lo volevano uccidere? Improbabile, considerato che la rappresaglia era stata provocata proprio dall’attentato gappista.
    Codeluppi era un responsabile politico fascista nella Repubblica Sociale Italiana, questo bastava ai comunisti per uccidere.
    Ma dopo la sua uccisione non ci fu nessuna rappresaglia. La Signora Bianca Codeluppi (medesimo cognome del marito) aveva riportato le parole che Quirino Codeluppi le andava ripetendo: “sentendo assillante il pericolo di morte, aveva confidato alla moglie il desiderio, nel caso rimanesse ucciso dai partigiani, che non fosse sparso altro sangue e non fossero fatte altre rappresaglie contro la popolazione”. E così fu.
    Dove ho trovato tutte queste informazioni: su qualche rivista “revisionista di destra”? No, devo ringraziare l’ultima opera di Antonio Rangoni, archivista del Partito Comunista Italiano, e tutt’ora militante di sinistra: Correggio 1900\1960. (la beffa è che c’è anche la prefazione di Massimo Storchi, che però ha ignorato sulla sua rivista tutti i dati storici forniti da Rangoni).
    Non scappò Quirino Codeluppi, non si nascose, non si barricò dietro sacchi di sabbia e mitragliatrici. Il suoi sicari partigiani lo trovano alla sera dopo cena “fuori dal caffè, appoggiato ad una colonna dei portici e con i pollici delle mani nel panciotto”.
    Secondo me, ora, è nello stesso posto dove si trova Don Pessina,

    Luca Tadolini
    (Centro Studi Italia)

  2. mario Rispondi

    03/12/2014 alle 16:31

    La storia scritta è sempre soggettiva e, se non filtrata da qualche generazione, è sempre di parte; la scrive cioè il potere per fini propri e non certo per amore della verità. Resistenza e Fascismo sono fenomeni con ferite ancora aperte e perciò si possono evidenziare fatti anche parziali, ma non sono accettabili considerazioni conclusive , che , anzichè fare un quadro dei fatti storici il più obbiettivo possibile, alimentano polemiche e risvegliano odi. Anche ” chissà parli” potrebbe aprire il sacco per quanto ( molto ) di sua conoscenza ed aiuterebbe così la ricostruzione storica reggiana, a meno che vada in crisi qualche attimo prima di quella finale e dica , o scriva, ciò che conosce e/o ha fatto. Quanto ad Istoreco deve puntare sulla qualità il più possibile e non sposare idee di parte.

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