Mafie: Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Palermo, spara a zero sul pappa e ciccia di Brescello: “Miopia e ignoranza”

5/10/2014 – Non accenna a placarsi la tempesta per i fatti di Brescello dove il sindaco Marcello Coffrini – per il quale Francesco Grande Aracri è persona “composta e educata” – non si è dimesso (gli è bastato disconoscere le sue parole) e dove centinaia di persone, con i famigliari di Grande Aracri, sono scese in piazza in solidarietà con Coffrini medesimo.

Gian Carlo Caselli, ex procuratore della Repubblica di Palermo, ha intinto la penna nel vetriolo per scrivere un commento sulla vicenda, pubblicato oggi sul sito del Centro Studi Pio La Torre, sotto un titolo eloquente: “Quel boss in salotto a Brescello”. Il 7 novembre sarà insieme ad Armando Spataro in Sala del Tricolore per una nuova intervista di Cortocircuito.tv, dopo quella col procuratore nazionale antimafia Roberti.

Caselli, che ha vissuto anni e anni blindato in prima linea contro Cosa Nostra, non nasconde la sua indignazione. Spara sul “pappa e ciccia” venuto a galla a Brescello, parla di “superficialità e ignoranza” che accomunano Brescello a buona parte del Nord nel rapporto con le presenze mafiose, rileva con ironia amara che mentre Don Camillo e Peppone se le davano di santa ragione, oggi il parroco e il consiglio comunale sono uniti nel difendere il sindaco: “Oggi è tutto un “pappa e ciccia”, un universale “volemose bene” alla luce di una indignata negazione di qualsiasi problema di mafia”.

“Anche se vi sono presenze mafiose di tutta evidenza, fortissima e diffusa è la tendenza a negarle – afferma Caselli – Miopia, superficialità, sottovalutazione e ignoranza si intrecciano con una sorta di distacco “aristocratico” del Centro-Nord verso problemi considerati a torto roba esclusiva di un Sud arretrato e povero. Senza accorgersi che così si spalancano praterie sconfinate alla penetrazione dei mafiosi. Che per parte loro fanno di tutto (ce l’hanno nel DNA) per passare inosservati, per non essere avvertiti come un pericolo…”.

(p.l.g)

QUEL BOSS NEL SALOTTO DI BRESCELLO

di Gian Carlo Caselli

“A Brescello (Reggio Emilia) una troupe di giovani coraggiosi ha girato, come web-tv “Cortocircuito”, un servizio formidabile. Tema: gli ottimi e cordialissimi rapporti del sindaco (Pd) con tal Francesco Grande Aracri, abitante nel paese da molti anni ma non un cittadino come tutti gli altri. Egli infatti è stato condannato per mafia e sottoposto a sorveglianza speciale.

E’ inoltre al centro di attività economiche sospette che hanno recentemente portato ad un sequestro di beni a suo carico, da parte dei CC di Reggio Emilia, per un valore di 3 milioni di euro. Fa da cornice al tutto l’accusa di legami con la cosca ‘ndranghetista di Cutro, E tuttavia il sindaco ha definito questo soggetto “persona educata e composta, gentilissima e tranquilla, sempre vissuta a basso livello”. 

Brescello è anche il paese di Peppone e don Camillo, mitici personaggi di Guareschi, resi ancor più famosi dai film interpretati da Cervi e Fernandel,  nel ruolo di sindaco e parroco. Solo che le cose sono cambiate, rispetto a quei tempi. Perché Peppone e don Camillo (rompendo una crosta sol apparente di bonomia) facevano continuamente prorompere un torrente di divergenze, litigi, scontri e risse. Ora invece parroco e consiglio comunale si schierano subito dalla parte del sindaco.

Ormai è tutto un idilliaco “pappa e ciccia”, un universale “volemose bene” all’insegna dell’indignata negazione dell’esistenza di qualunque problema di mafia. Si organizzano iniziative popolari pro-sindaco e si raccolgono
per lui firme di solidarietà e sostegno (con il concorso, pare, dei familiari del condannato). E chi prospetta anche solo la possibilità di infiltrazioni illegali nel paese è pregato senza tanti riguardi di farsi da parte e starsene zitto.

Brescello in verità non si differenzia troppo da molte altre zone  del Centro e Nord Italia. Spesso, anche se vi sono presenze mafiose di tutta evidenza, fortissima e diffusa è la tendenza a negarle. Miopia, superficialità, sottovalutazione e ignoranza si intrecciano con una sorta di distacco “aristocratico” del Centro-Nord verso problemi considerati a torto roba esclusiva di un Sud arretrato e povero. Senza accorgersi che così si spalancano praterie sconfinate alla penetrazione dei mafiosi. Che per parte loro fanno di tutto (ce l’hanno nel DNA) per passare inosservati, per non essere avvertiti come un pericolo: dimostrando notevoli capacità di
“ibridarsi” mescolandosi e mimetizzandosi con le persone per
bene. Con il paradosso che questa mimetizzazione (la vita “a basso livello”…) finisce per essere un comodo alibi per chi non vuol vedere o prova a giustificare la sua disattenzione.

Viene in mente quel che il prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa aveva dichiarato oltre trent’anni fa a Giorgio Bocca,  pochi giorni prima di essere ucciso dalla mafia, a proposito dei Corleonesi (i Liggio, i Collura, i Criscione ecc.) che nel 1949 erano stati da lui denunziati  in Sicilia per più omicidi e sempre assolti per insufficienza di prove, e poi si erano “tutti stranamente ritrovati a Venaria Reale alle porte di Torino”. Dalla Chiesa chiedeva “notizie sul loro conto e gli veniva risposto ‘brave persone, non
disturbano, firmano regolarmente’. E nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti a Palermo o tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o Parigi”.

Tempi, luoghi e personaggi sono diversi: ma sostanzialmente uguale è il giudizio troppo ottimistico e indulgente: ieri “brave persone” oggi “persone educate e composte”, come a smentire che la storia non si ripete.

Quel che il sindaco e gli abitanti di Brescello (purtroppo come tanti altri) non vogliono neppure prendere in considerazione è la sicura, accertata forza relazionale della ‘ndrangheta soprattutto nei piccoli centri, cioè la sua costante ricerca di credito sociale attraverso stretti rapporti con le amministrazioni locali e la popolazione: senza commettere reati che creino troppo allarme, ma facendo valere come immanente (senza strafare) la forza che comunque discende dal loro persistente legame con l’organizzazione criminale le cui radici restano in Calabria.

Con il risultato di un sotterraneo, crescente intreccio con il mondo “per bene” e di una progressiva intensificazione dell’inquinamento dell’economia pulita ad opera di quella illegale. A volte facilitata dal fatto che un aiutino per superare le difficoltà economiche contingenti può anche far comodo e può indurre a negare di avere a che fare non persone poco raccomandabili”.

(www.piolatorre.it)

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3 risposte a Mafie: Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Palermo, spara a zero sul pappa e ciccia di Brescello: “Miopia e ignoranza”

  1. M..Petronio Rispondi

    06/10/2014 alle 01:18

    “Capre!” Direbbe Sgarbi. “Capre, capre, capre! Mille volte capre!”

    Ogni tanto sulla cronaca locale si aprono scenari inquietanti: la transumanza di greggi, con i lupi che banchettano selvaggiamente, mentre i pastori attendono quieti, muti ed obbedienti che dal cielo piovano certificati antimafia.

    Tutto questo proprio nella provincia in cui da anni chi la governa si vanta di tenere la schiena dritta e di alzare la

    guardia.
    Ma, mi devono spiegare, lor signori, che intendono per “schiena dritta” ed “alzare la guardia”, visto che continuano ad inciampare vistosamente su quegli appalti che loro stessi commissionano, redigono, controllano, pubblicano e assegnano.

    A norma di legge. Certo. Tutto è a norma di legge.

    La mafia è a norma di legge.

    Lo stato è a norma di legge.

    Ops! Scusate. Qualcosa mi sfugge.
    Se tutto è a norma di legge, allora perché esortarci a tenere alta la guardia e tenere la schiena dritta?

    Perché mostrarci zelanti, attenti, inquieti, e non fidarci dei nostri solerti pastori?

    A Montecchio il sindaco ha detto che non gli compete affatto
    il controllo dell’ufficio tecnico, e neppure informarsi sul paese da cui provengono le ditte che si aggiudicano gli appalti, perché questo è compito degli inquirenti.

    Quindi non capisco in cosa consista per il sindaco di Montecchio tenere alta la guardia.
    Forse preoccuparsi di dimostrare di aver fatto tutto a norma di legge?
    Gli basta, dunque, questo per dormire tranquillo?
    Ma i lupi oggi non sono, forse, sempre a norma di legge?
    Non sono, forse, specie astuta, che compra certificazioni, prefetti, tecnici, politici di ogni colore, di ogni risma e di ogni credo?
    A me avevano detto che i lupi di questi tempi comprano banche, comprano stadi, comprano chiese, comprano vescovi, comprano, comprano, comprano….
    I lupi mangiano, mangiano, mangiano.

    Inghiottono in un sol boccone tutto quello che gli pare, senza lasciare traccia.
    Dovrebbero saperlo bene, quelli che fanno politica.
    Quelli che stanno nella pubblica amministrazione.
    Quelli che fanno i consiglieri comunali.
    Quelli che fanno i tecnici comunali.
    Che cavolo leggono, altrimenti? Paperino? Diabolik? Il piccolo chimico? La cucina di Master Chef? Con che bietoloni farcire i tortelli? Tutta la serie a puntate sui misteri del punto

    croce?

    Di Saviano, qualcosa avranno letto? E di Christian Abbondanza ? E di Saverio Lodato? E di Nando della Chiesa? E di Gratteri e Nicaso?

    Come può lo stato abortire la mafia che si tiene in grembo, confidando nella lungimiranza di politici incapaci di guardare più in là della punta del loro naso? Amministratori autoreferenziali, incapaci di uscire da schemi campanilistici e stantii, incapaci di fare autocritica, incapace di
    informarsi. Scollegati da qualsiasi altra ottica, che non
    sia quella del partito?

    Resistere. Obbedire. Tacere.
    Questo è il succo della politica di chi firma protocolli per la legalità, corre a sfilare alle manifestazioni antimafia, e ad applaudire alle autorevoli cariche dello stato, dal momento che quando è il momento di agire si preferisce insabbiare, dimenticare, o ammorbidire, inzuccherare, e digerire prontamente.

    Appalti e subappalti, una galassia che a Reggio si continua volutamente a tenere oscura, lontana, accessibile ai soli privilegiati dal sistema.

    Quei privilegiati che poi, magari, soffiano al consorte come fare per acchiapparsene qualcuno, prima che ci pensi qualcun altro, o che si comprano casa a buon prezzo, o ancora che fingono di non stringere una mano a Brescello e ne stringono tre a Reggio Emilia.
    Quelli che dicono no alla ndrangheta, e poi cenano con Camorra e Cosa Nostra.
    Quelli di Reggio che se la tal ditta fa la mafiosa fuori dal mio territorio, non sono affari miei, e i cantieri vanno avanti, e si fa finta di non capire, e si recitano i cantieri per non far capire quello che si fa!

    A Montecchio il Pd afferma placidamente che anche le ditte meridionali hanno diritto di lavorare, e mi esorta ad andare a vedere come lavorano bene proprio quelle della Terra dei fuochi!

    Come se non sapesse quello che accade proprio da quelle parti.
    Comuni commissariati per mafia, tecnici comunali al soldo dei casalesi, ex-prefetto di Caserta condannato per aver preparato certificazioni antimafia alle mafie, e in particolare alla Aversana Petroli della famiglia di Cosentino.
    Di che stiamo parlando? Di prendere informazioni sulla ditta di Forlimpopoli, che ritarda a presentare la certificazione antimafia?

    O parliamo di ditte che arrivano dal cuore dei territori in pugno ai casalesi?

    Se una ditta arriva da Bagheria, da Corleone,o da Casal di Principe, chi è quel cretino che non si fa qualche domanda?

    Si è forse faziosi, di questi tempi, se si fanno domande?
    Le domande non processano e non condannano.
    Le domande servono per far chiarezza ed eliminare ogni pregiudizio.

    Invece, no. A Montecchio chi fa domande è guardato storto, si becca querele, denuncie, e viene bollato come l’untore di turno.
    Non si fanno illazioni! Tuonano dal Pd.

    Ma le illazioni nascono quando le cose non sono chiare.
    Chi spiega di certi legami che sindaci, tecnici comunali e prefetti hanno con i casalesi, è tacciato di essere fuori tema, l’argomento non è consono, anche se la ditta in questione arriva da un paese commissariato per infiltrazioni dei casalesi!

    Qualcuno l’altra sera, ribatteva ancora dicendo che non è giusto che gli studenti frequentino ancora le aule della scuola del ventennio (fascista), e

    che è contento che i lavori della scuola nuova siano comunque andati avanti.
    Come se non fosse gravissimo che i lavori in corso siano andati avanti sfruttando una manovalanza che da mesi non prende un soldo!

    La scuola s’ha da fare! E chi se ne frega del ristoratore che ci ha rimesso migliaia di euro per pagare pranzo e cena alla manovalanza della ditta in questione.
    La scuola s’ha da fare! E chi se ne frega del certificato antimafia!
    La scuola s’ha da fare! E chi se ne frega se i lavori in cantiere sono stati lasciati a metà e se il comune dovrà accollarsi anche le spese per smontare le attrezzature che vi sono rimaste.

    La scuola s’ha da fare! E chi se ne frega se il comune ha anticipato di tasca propria i versamenti all’Inps!

    Operai non retribuiti, ristoratori non retribuiti, e il sindaco continua a dire che la colpa di ogni guaio è delle prefetture? Ma tu, sindaco, dovevi gridare alla stampa già un anno fa, le tue ragioni, i tuoi dubbi, le tue angosce, e battere il pugno finché non ottenevi risposta!
    E quel ribasso al 23% e l’assenza di ricorso da parte delle altre ditte in gara, non ti puzzava di bruciato?
    E se poi, sindaco, le prefetture affogano nella burocrazia più putrida e

    farraginosa, che facciano le procure,che facciano i carabinieri, che facciano i politici, che facciano i giornalisti, che facciano i cittadini!

    Invece, niente. Silenzio. Il sindaco interpellato più volte nei mesi scorsi, nega ogni ritardo con i lavori. Tutto va bene. Nessun problema.

    La storia della scuola di Montecchio la sapevano da ottobre 2013 anche i sassi. Tutti gli inquirenti erano stati avvisati, tutti i giornalisti, tutte le parti politiche, tutte le associazioni antimafia.
    Comico, no?
    Adesso tutti si scandalizzano, indignati, per l’intervista video dei ragazzi di Giornale Studentesco Cortocircuito. Eh già, a sollevare il coperchio ci voleva qualcuno che non avesse niente da perdere! Il sindaco addirittura adesso li accusa di essere stato preso in contropiede. Ma come, sindaco? Ma se lei era stato avvertito due mesi prima, che sarebbe stato intervistato in merito all’appalto della scuola!
    Operai senza stipendio, manca la certificazione antimafia, ma la scuola d’oro va fatta! Tutto il resto, secondo il sindaco, è un polverone alzato ingiustamente. Alla faccia delle dichiarazioni secche del presidente del tribunale Caruso e del colonnello dei carabinieri Zito!

    Ma di che abbiamo parlato fino ad oggi, in questi ultimi anni?
    Cos’è l’antimafia?
    Uno stendardo da sventolare in campagna elettorale per acchiappare voti?
    Un prezioso e nobile vaccino per cui si possono dire immuni solo certi baciapile di sinistra?
    E’ un vestito alla moda? Un modo come un altro per omologarsi ad un pensiero comune: sono contro le mafie, sono contro il buco dell’Ozono, sono contro la caccia alla foca? Un qualcosa di cui comunque se ne deve occupare la DIA, e non i comuni mortali?

    No, niente di tutto questo.
    L’antimafia è roba ineffabile, roba per poeti e idealisti dal cuore puro.
    Amabile signora con frotte di cavalieri sanchopancieschi, lanciati contro le pale a vento del gran mulino di stato!
    Essenza, profumo, musica, che tutti bramano e nessuno stringe.
    Ultimo sogno di un epoca dissacrata, svenduta ed umiliata.

    E non c’è alcun altare degno di lei in questa Italia.
    Ormai, lo penso, con immensa amarezza.
    No, non c’è proprio alcun altare degno di lei, se non sulla tomba dei suoi martiri: giudici, carabinieri, poliziotti, giornalisti e cittadini onesti che lo stato ha venduto, e continua a vendere, per trenta denari.

    M.Petronio

  2. C. T Rispondi

    06/10/2014 alle 16:29

    ottima risposta ed analisi all’articolo di Gian Carlo Caselli, che approvo e ammiro, come ammiro i ragazzi di Cortocircuito che ho avuto occasione di incontrare più volte… Un mio omaggio: sulla tomba dei nostri martiri: giudici, carabinieri, poliziotti, giornalisti e cittadini onesti che lo stato ha venduto, e continua a vendere, per trenta denari. Un omaggio anche a Lei, con un pensiero dal mio cuore, M. Petronio…
    P.S.Ho incontrato e ascoltato molti di questi giudici, Gratteri, Gian Carlo Caselli, Antonio Ingroia e anche altri… a loro va la mia più grande stima e ammirazione.

  3. m.petronio Rispondi

    06/10/2014 alle 17:45

    Grazie, anche a lei!

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