Vino in polvere e false etichette Doc: a Reggio la centrale di una frode internazionale da 28 milioni

 21/8/2014 – Una ditta reggiana è al centro di una frode internazionale da 28 milioni di euro relativa alla vendita all’estero dei wine kit, vale a dire i mosti concentrati e relative etichette – per fabbricare in casa vino, o una parvenza di esso, spacciato per prodotto di qualità con etichette come Amarone, Valpolicella, Barolo etc.

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Al titolare della ditta, un imprenditore reggiano e a una donna, direttrice della filiale estera, è stato proibito dal magistrato di esercitare la professione specifica. Quattro persone risultano indagate per associazione a delinquere finalizzata a realizzare svariate modalità di frode.

La rete transnazionale è stata scoperta dai Carabinieri del Nucleo Antifrodi di Parma nell’ambito di un’inchiesta sui “wine kit” iniziata nel 2012 e coordinata dal sostituto procuratore di Reggio Emilia Rita Pantani.

All’indagine hanno partecipato i reparti dei Carabinieri territorialmente competenti, e hanno contribuito in modo definito “importante” il personale dell’Area Antifrode della Direzione Interregionale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nonché il servizio Antifrode dell’Ufficio delle Dogane di Reggio Emilia.

“La complessa ed articolata attività investigativa – si legge in una nota – ha consentito di delineare precise responsabilità a carico di un’associazione per delinquere transnazionale (composta da 4 persone) dedita alla produzione ed alla commercializzazione in ambito internazionale di “Wine Kit” recanti in etichetta riferimenti a 24 vini italiani DOP e IGP tra i più noti, risultati contraffatti, diversi per origine e provenienza e recanti segni mendaci sull’origine italiana”.

I kit erano prodotti “da una ditta estera per conto di una ditta con sede in Reggio Emilia che ne curava in Italia tutti gli aspetti organizzativi e di commercializzazione all’estero. Durante le attività sono state effettuate perquisizioni e sequestri di mosti destinati all’estero e di copiosa documentazione che hanno consentito di comprovare la gestione diretta dall’Italia di tutti gli aspetti manageriali.

Il complesso degli accertamenti compiuti, nonché le evidenze ed i vari collegamenti emersi, tra le due società (italiana ed estera) ed i suoi proprietari ed amministratori italiani hanno consentito di ipotizzare che siano responsabili della commercializzazione in tutto il mondo, di cosiddetti “Wine Kits” tramite la società estera controllata e costituita all’uopo per evitare le normative comunitarie e nazionali”.

Le indagini ha permesso di accertare il ruolo di ciascuno degli indagati con compiti ben precisi all’interno della società italiana teso, non solo a fornire la materia prima (mosto concentrato), bensì alla gestione delle operazioni di produzione nel suo complesso (fornendo tutto il necessario compreso le “ricette”, le etichette ed i materiali per comporre i Wine Kit, nonché valutando anche i costi di produzione e curando tutti gli aspetti “manageriali” relativi ai Wine Kit) nonché di commercializzazione dei Wine Kit all’estero.

L’indagine ipotizza pertanto i reati di associazione per delinquere di carattere transnazionale finalizzata ai reati di cui all’art. 515 C.P. (frode nell’esercizio del commercio), art. 517 C.P. (vendita di prodotti industriali con segni mendaci per effetto della violazione dell’art. 4 comma 49 della Legge 350/03 sulla tutela del Made in Italy) e art. 517 quater C.P. (contraffazione di indicazione geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agro alimentari) per aver posto in commercio in ambito internazionale mediante altra ditta straniera “WINE KIT” irregolari recanti in etichetta parole che richiamano 24 tra i più famosi vini nazionali, tra i quali Amarone, Barolo, Valpolicella, ecc, e che recano segni mendaci circa l’origine italiana del prodotto indicando “vino italiano” in confezioni con le effigie del tricolore italiano e del Colosseo (indicazioni che tipicamente richiamano alla italianità).

In tale quadro le analisi svolte dai servizi Antifrode dell’Agenzia delle Dogane dei Monopoli, sui flussi commerciali di prodotto gestiti dalla società reggiana hanno tra l’altro consentito di evidenziare la portata della rete commerciale illegale. Il valore complessivo finora accertato della frodi è di oltre 28 milioni di euro.

Oltre a quelli indicati è stato altresì contestato il reato di “Frode alle industrie nazionali” punito art. 514 c.p. A seguito di ciò “tenendo conto delle richieste avanzate dal Sostituto Procuratore inquirente, il Gip del Tribunale di Reggio Emilia ai sensi dell’art. 290 del Codice di procedura penale, l’ordinanza della “misura cautelare del divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali”, a carico di un imprenditore reggiano (amministratore unico della ditta emiliana e, nel contempo presidente di quella estera) e di una donna, italiana, Direttore generale della ditta estera.

Tale misura, notificata nei giorni scorsi, impone altresì il divieto dell’esercizio dell’attività di impresa inerente a tali cariche per un periodo di mesi due. A tale scopo si è reso necessario anche attivare una specifica rogatoria internazionale.

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