Taglio ai diritti camerali, a Reggio saltano 5 milioni l’anno. Appello di Landi: “Modificare il decreto”

23/7/2014 – “Chiediamo e auspichiamo un profondo ripensamento nel momento della conversione in legge, prevista a giorni: quel che è certo, ad oggi, è che con il decreto legge del 24 giugno si sono messi a rischio tutti i futuri investimenti della Camera di Commercio a sostegno dell’economia locale e del territorio”.

Così Stefano Landi, presidente della Camera di Commercio di Reggio Emilia, sulle conseguenze del decreto con il quale sono stati dimezzati gli introiti dell’Ente camerale, diretta conseguenza del taglio del 50% del diritto annuale a carico delle imprese.

“Con il Governo – spiega Landi – condividiamo l’esigenza di un riordino delle Camere di Commercio che sia anche finalizzato ad un risparmio per le imprese, ma su questo fronte si possono ottenere risultati congrui anche con una riforma delle funzioni camerali, con aggregazioni territoriali, con tagli sulle aziende speciali, mantenendo integra una capacità di investimento che, a Reggio Emilia, significa oltre 5 milioni all’anno a disposizione per il credito, l’internazionalizzazione, l’innovazione, la promozione e valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti, le azioni di monitoraggio e l’aiuto agli imprenditori in tema di legalità e crimine organizzato ”.

“Con la riduzione secca dell’entità del diritto camerale – incalza Landi – il risultato che si ottiene non è la semplificazione o il riordino che abbiamo previsto anche in un progetto nazionale di autoriforma delle Camere di Commercio, ma è solo e proprio l’azzeramento di queste risorse, ed è un esito che ben poco ha a che vedere con gli interessi di un territorio che, in un solo istante, perde capacità d’investimento e non realizza alcuna sostanziale riforma di enti i cui introiti finiscono in buona misura anche nelle casse dello Stato”.

“Al proposito – spiega il presidente della Camera di Commercio – siamo anche in presenza di un paradosso, legato al fatto che, mentre si dimezzeranno i flussi in entrata legati al diritto camerale, i versamenti allo Stato non si ridurranno, deprimendo in modo ulteriore le risorse disponibili per sostenere l’economia reggiana”.

“In altri termini – prosegue Landi – continueremo ad essere  chiamati a versare 1 milione di euro alle casse pubbliche (tanto quanto valgono i nostri contributi all’internazionalizzazione, in sostanza), mentre gli introiti legati al diritto camerale subiranno un calo pari a 5,2 milioni”.

“Le ripercussioni sul bilancio dell’Ente e sulle imprese reggiane sono evidenti”, spiega Landi. “A partire dal 2015 vi sarà l’azzeramento di ogni sostegno all’economia locale, a partire dai contributi ai Confidi per l’abbattimento dei tassi sul credito e l’accesso a garanzie sussidiarie da parte delle imprese, per arrivare alla cancellazione delle risorse per le
aziende che esportano, all’annullamento di ogni iniziativa di incoming e di formazione, arrivando all’annullamento di ogni risorsa per l’imprenditoria giovanile e femminile, per l’innovazione e per le reti d’impresa”.

“In presenza di una pesantissima crisi – osserva Landi – abbiamo utilizzato e stiamo utilizzando risorse straordinarie per garantire sostegni alle imprese (tra gli interventi più corposi spiccano gli 1,2 milioni per il credito, 0,9 milioni per l’export, 1 milione per la promozione del territorio e dei suoi prodotti, 0,4 milioni per l’innovazione), ma è evidente che il calo degli introiti prosciugherà rapidamente anche questa fonte, consentendo la copertura – pur con alcuni tagli – delle sole spese correnti e trasformando le Camere di Commercio in enti con funzioni prevalentemente burocratiche assegnate dallo Stato”.

“Comprendiamo bene – prosegue il presidente della Camera di Commercio – che oggettivamente vi sono imprese sulle quali il diritto camerale pesa eccessivamente e che il loro risparmio è ben superiore ai 100 euro che le aziende reggiane mediamente non verseranno, ma su questo terreno sono possibili rimodulazioni che nulla hanno a che vedere con un drastico taglio che non arricchisce le aziende e, contemporaneamente, impoverisce il territorio”.

“Per questo – conclude Landi – chiediamo il sostanziale ripensamento di un decreto che non si pone neppure il problema di  verificare il tasso di efficienza delle singole Camere di Commercio, come invece previsto dal progetto nazionale di autoriforma varato da Unioncamere, colpendo troppo semplicisticamente questi enti e, soprattutto, i territori in cui operano”.

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