Fontanesi: “Il mio ritorno tra i viventi”

11/6/2014 – Signor Fontanesi, come si sente ora? “Mi sento come uno che deve rientrare nel mondo dei viventi. Questi tre anni sono stati terribili. Voglio dire una cosa importante: ho ripreso fiducia nella giustizia, fiducia vacillata non poco in questi anni. Io sono molto vicino alla Madonna e a suo Figlio: la fede mi ha salvato dalla distruzione. E insieme ad essa mi hanno salvato i miei angeli custodi: mia figlia Patrizia e gli avvocati Tarquini. Sono loro i miei angeli custodi. Li ringrazio per tutto quello che hanno fatto per me”.

Dopo aver trascorso la prima notte tranquilla da tre anni a questa parte, Pietro Fontanesi – l’ex vigile urbano assolto martedì sera con formula piena dall’accusa di aver ucciso il dottor Carlo Rombaldi, la notte fra l’8 e il 9 maggio del 1992 – ha trovato la forza di incontrare i giornalisti per pochi minuti intorno alle 18 nello studio dei suoi difensori, gli avvocati Giovanni e Giancarlo Tarquini. Poche parole, le sue: quelle di un uomo di 71 anni appena risvegliato da un incubo, che ieri si vedeva seppellito per sempre  in un ergastolo, e invece  ritorna poco per volta “nel mondo dei viventi”.

Si è saputo in Procura che la pm, che aveva chiesto la pena dell’ergastolo, interporrà appello contro la sentenza di assoluzione “per non aver commesso il fatto” pronunciata dalla corte d’Assise presieduta da Francesco Maria Caruso. “Andremo in appello, ma oggi ciò che conta – ha commentato l’avvocato Giancarlo Tarquini – è aver evitato che un innocente finisse all’ergastolo, scongiurando un tragico errore giudiziario”.

Fontanesi si è presentato davanti i giornalisti insieme alla figlia Patrizia: dopo poche parole di ringraziamento è tornato a tenere compagnia alla nipotina di 4 anni.

Patrizia Fontanesi, visibilmente distesa dopo la giornata di tensione di ieri, da parte sua ha ribadito che sin dall’inizio i famigliari sono stati fermamente convinti dell’innocenza di suo padre: “E’ stata dura, ma ho affrontato questa prova con serenità perché ero certa che lui non c’entrava niente”.

Giancarlo Tarquini, ex procuratore Capo a Brescia, ha ricordato i punti salienti della sua arringa e le ragioni per cui ha scelto di difendere Fontanesi insieme al figlio Giovanni: «Se non fossi stato assolutamente convinto della sua innocenza, moralmente e davanti agli incartamenti, mai e poi mai avrei accettato l’incarico. Si trattava di non far condannare un innocente, di impegnarci con tutte le forze per evitare un tragico errore giudiziario”.

Ha ripetuto il suo apprezzamento verso il collegio giudicante (“Una Corte illuminata che ha dato una grande prova di indipendenza, equilibrio e capacità di capire”), mentre ha ribadito il rimprovero al pm Maria Rita Pantani e agli inquirenti di aver imbastito un processo senza prove, senza un solo elemento anche indiziario a carico dell’imputato, arrivando a violarne ogni diritto, trattandolo come un caso psichiatrico, com’è avvenuto in un interrogatorio da parte della Polizia. “Avevo chiesto resipiscenza al pm, che riconoscesse l’errore: così non è stato. Ma errare è umano, perseverare è malefico”.

Nelle arringhe i legali hanno posto con forza anche la questione della “pista Olp”, che non è mai stata indagata a livello di Procura. Quali possibilità ci sono di riaprire le indagini? Tarquini è apparso pessimista: “All’epoca tra i medici del Santa Maria Nuova circolava la voce che fossero ricoverati dei militanti dell’Olp sotto falso nome. Rombaldi lo avrebbe scoperto e ciò gli sarebbe costata la vita. Ho fatto il nome del dottor Prati perché a una testimone era sembrato di riconoscerlo in un uomo che si allontanava dal luogo del delitto. Ho fatto anche quello di Meinero non perché lo accusi di qualcosa, io non so niente, ma perché si sapeva che era amico di Arafat. Entrambi, Prati e Meinero, erano colleghi di Rombaldi, e quella sera erano stati a cena insieme dopo aver partecipato a un simposio di medici del Santa Maria Nuova. Erano una quarantina: perché non sono stati ascoltati tutti?”.

“Il fatto è che questo processo – ha aggiunto Tarquini – continuerà con l’appello e, presumo, in Cassazione. Ci vorranno altri anni, e intanto la pista Olp non verrà toccata, continuerà a restare sepolta, a meno di una decisione della Procura Generale”.

Da anni il dottor Mario Meinero lavora negli ospedali dell’Autorità nazionale palestinese con il sostegno di diverse organizzazioni umanitarie, anche di Boorea. Di recente ha incontrato un gruppo di reggiani a Gerusalemme, ma dal 2010 non si avevano sue notizie di lui, tanto che non è stato possibile rintracciarlo per farlo testimoniare al processo. Tuttavia, nella sua replica di ieri, il pm Pantani ha specificato che al tempo del delitto il dottor Meinero non si trovava neppure a Reggio. Ciò significa che l’accusa è riuscita a rintracciare il chirurgo amico di Arafat? Tarquini allarga le braccia e si limita a dire: “Non lo so. Non saprei cosa dire in proposito”.

I misteri del delitto Rombaldi restano tali, e il suo assassino resta senza nome. “Ma oggi non parliamo di questo – precisa Tarquini – Oggi abbiamo evitato la condanna all’ergastolo di un innocente. Questo è un punto fermo, tutto il resto si vedrà”.

Prima o poi qualcuno dovrà spiegare in modo convincente perché si sia voluto gettare la croce addosso a un innocente, perseguitarlo e trasformarlo nel “mostro della porta accanto”, ma nel contempo non si è voluto esplorare la pista Olp, quella del delitto a sfondo politico, come la gravità dei fatti e il contesto dell’epoca avrebbero imposto.

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