Delitto Rombaldi, Fontanesi assolto con formula piena. Le lacrime dell’ex vigile: “Ho passato tre anni d’inferno”

di Pierluigi Ghiggini

no no no10/6/2014 – L’ex vigile urbano Pietro Fontanesi è stato assolto con formula piena, per non aver commesso il fatto, dall’accusa di aver ucciso il dottor Carlo Rombaldi nella notte fra l’8 e il 9 maggio 1992. La sentenza dell’Assise presieduta da Francesco Maria Arcangelo Caruso, è stata emessa poco dopo le 19. La giuria era entrata in Camera di consiglio alle 16,20.

La corte ha condannato Fontanesi a 9 mesi e 40 giorni di carcere, pena sospesa, perché deteneva illegalmente in casa due proiettili e un caricatore in una tazza: un ricordo di guerra.
Per l’accusa di omicidio, per la quale il pm Maria Rita Pantani aveva chiesto la pena dell’ergastolo, l’Assise ha aderito in toto alla richiesta della difesa, rappresentata dagli avvocati Giancarlo e Giovanni Tarquini, dell’assoluzione per non aver commesso il fatto.

In aula al momento della lettura della sentenza era presente anche il Procuratore Giorgio Grandinetti a fianco della Pantani.
Pietro Fontanesi ha atteso la sentenza fuori dal Tribunale insieme alla sorella e alla figlia Patrizia che gli è stata vicino per tutta la giornata, mentre lui con gli occhi sbarrati dalla tensione e spesso con la testa tra le mani, seguiva l’interminabile dibattimento accanto ai suoi legali.

Appresa la notizia dell’assoluzione, è scoppiato a piangere: seduto in macchina ha abbracciato i congiunti e gli avvocati. “Grazie a tutti quelli che mi sono stati vicino in questi anni di sofferenze – ha detto fra le lacrime – Mi hanno distrutto, mi hanno rovinato. Sono stati tre anni terribili”.

Soddisfatti della sentenza i difensori, per i quali si tratta anche di una grande vittoria professionale oltre che umana. In particolare l’avvocato Giancarlo Tarquini, già Procuratore Capo a Brescia, che in mattinata aveva pronunciato un’arringa appassionata. “Sono soddisfatto – ha detto – perché abbiamo trovato un giudice che ha capito in profondità e una Corte veramente illuminata”.

Dal canto suo l’avvocato Giovanni Tarquini ha parlato di “sentenza giusta”. “Avevo fiducia in questa Corte – ha detto – l’unica colpa di Rombaldi sono stati due proiettili ricordo di guerra conservati in una tazza. Ma ciò che conta è l’assoluzione piena, la formula assolutoria piena dall’omicidio”.

Le motivazioni della sentenza saranno pubblicate fra novanta giorni.
L’accusa, è prevedibile, interporrà appello, quindi la battaglia giudiziaria continuerà. Anche perché la Pm Pantani ha ribadito nella sua replica di oggi di voler ottenere l’esame della pistola e dei proiettili col sistema americano Ibis.

Resta il fatto che l’assassino del dottor Rombaldi non ha ancora un nome, e chissà mai se lo avrà.

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10/6/2014 – Processo per il delitto Rombaldi: i giudici della Corte d’Assise (presidente Francesco Maria Arcangelo Caruso) sono entrati in Camera di consiglio alle 16,20 dopo le repliche del pm Maria Pia Pantani, degli avvocati di parte civile e dei difensori Giancarlo e Giovanni Tarquini. La sentenza è attesa in serata.

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10/6/2014 – L’avvocato Giovanni Tarquini ha chiesto l’assoluzione con formula piena perché il fatto non sussiste per Pietro Fontanesi, imputato dell’omicidio del dottor Carlo Rombaldi avvenuto nel maggio di 22 anni fa. Ieri il Pm Maria Rita Pantani aveva chiesto la condanna all’ergastolo.
Le arringhe dei difensori si sono concluse poco prima delle 13. L’udienza riprende alle 14,15 per le repliche. L’ingresso dei giudici in Camera di consiglio è prevista per le 15.

L’avvocato Giovanni Tarquini ha ribadito che a carico dell’imputato non esistono né prove né un movente. “Nessuno del condominio di via Filzi ha visto Fontanesi litigare con Rombaldi, nessuno ha mai visto Fontanesi armato, nessuno aveva mai visto prima Rombaldi e Fontanesi insieme”.

Al pari di suo padre – l’avvocato Giancarlo Tarquini intervenuto in mattinata per quasi tre ore – ha sottolineato che il movente dell’accusa (Fontanesi avrebbe sparato perché parcheggiando l’auto il dottor Rombaldi faceva troppo rumore) “è una fantasia”. Anzi, ha insistito sul fatto che ben tre testimonianze concordano nell’aver visto una persona fuggire dal luogo del delitto (a una è sembrato di aver riconosciuto il professor Prati, ex primario chirurgo del San Maria Nuova) e sentito il rombo di una macchina che, dopo gli spari, partiva a tutta velocità.

Ha parlato degli “errori” nella relazione della Polizia Scientifica a proposito delle fotografie di comparazione sui proiettili, non sovrapposte fra loro, “errori dai quali l’accusa ha costruito un evento teatrale”. E ha fatto notare come dieci periti, tra cui il collegio nominato dall’Assise” concordano sul fatto che non vi sono prove sufficienti a dimostrare che la 38 special S&W appartenuta a Fontanesi sia la pistola del delitto. “Solo la polizia scientifica ha una posizione diversa”.

Ha rimproverato l’accusa di “protervia” e di un clima di pressioni psicologiche anche nei confronti dei testimoni, come all’esterno. “Alla teste che aveva riconosciuto il dottor Prati mentre si allontanava – ha aggiunto – subito dopo le è stata mostrata la fotografia di Fontanesi”. Clima che si sarebbe riverberato anche sui media: “Il povero Fontanesi è stato dipinto come il mostro della porta accanto. Hanno scritto persino un libro in cui si afferma che il caso è risolto”.

Anche Giovanni Tarquini ha accennato all’ipotesi della pista Olp e soprattutto al caso del dottor Meinero, l’ex chirurgo del Santa Maria Nuova, che si trova tuttora in Palestina. “La figura di Meinero va approfondita, e mi auguro che vi sia ancora la possibilità di fare qualcosa”. La conclusione: “Pietro Fontanesi non c’entra nulla”.

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10/6/2014 – Invenzioni, accanimento, caparbietà. “Non si può mandare all’ergastolo un uomo sulla base di prove inventate”.

Sono le parole più ricorrenti dell’arringa pronunciata questa mattina in corte d’Assise a Reggio dall’avvocato Giancarlo Tarquini in difesa di Pietro Fontanesi, 72 anni, l’ex vigile urbano accusato di aver ucciso il dottor Carlo Rombaldi nella notte dell’8 maggio 1992, e per il quale il pm Maria Pantani ieri ha chiesto la condanna all’ergastolo.

In quasi tre ore di arringa l’ex procuratore capo di Brescia ha smontato pezzo per pezzo le accuse del pm, a partire dall’aver circoscritto le indagini su chi deteneva le armi.

Tarquini si è soffermato soprattutto sull’inesistenza di moventi: “Invenzioni, invenzioni, invenzioni” studiate per mandare all’ergastolo un innocente. Non c’erano moventi, non ci sono prove, nessuno ha visto Fontanesi, non è la sua pistola ad aver sparato a Rombaldi. Secondo il difensore, insomma, si è cercato pervicacemente un colpevole, e non il colpevole vero, confezionando un processo intorno a una vittima predestinata.

Ha fatto anche appello alla coscienza del pm: “É un dolore essere qui, per cercare di evitare un terribile errore giudiziario. L’accusa deve riconoscere l’errore, non può perseverare in questa direzione. Non ci possono essere due morti in questo processo: uno, il dottor Rombaldi, è sin troppo”.

Giancarlo Tarquini ha anche sollevato l’ipotesi della pista del delitto politico, completamente trascurata nelle indagini: “Al Santa Maria Nuova era ricoverato sotto falso nome un esponente dell’Olp. Il dottor Rombaldi lo scoprì, chi proteggeva il militante dell’Olp si riunì e decretò la morte del medico”. Ha anche fatto il nome del primario Meinero, oggi in Palestina: “Lui stesso diceva di essere amico di Arafat. Ma io di questo non so nulla – ha detto il difensore – è l’organo inquirente che doveva dare risposte e non lo ha fatto.

Siamo di fronte a una realtà molto più grande, che avrebbe motivato criminalmente quel terribile omicidio. Ma Rombaldi? Come si può sostenere che avrebbe sparato solo perchè l’auto di Rombaldi faceva rumore? Non si può condannare all’ergastolo un uomo per pure invenzioni. Si può avere una convinzione sbagliata, si possono commettere errori, ma se invento le prove non sono rispettabile sul piano processuale”.

Il processo prosegue con l’arringa dell’altro difensore, l’avvocato Giovanni Tarquini.

(P.L.G.)

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