“Gino Renato sparò a Vito Lombardo”. L’imprenditore settantenne condannato a 12 anni

21/5/2014 – Tentato omicidio di Vito Lombardo: questa mattina il Tribunale di Reggio Emilia presieduto da Vito Caruso, dopo due ore di camera di consiglio, ha condannato l’imprenditore edile cutrese Gino Renato a 12 anni e 2 mesi di carcere.

Giovedì 8 maggio il pm Enrico Cieri aveva chiesto la condanna a 12 anni, la stessa chiesta dall’avvocato Francesco Antonio Maisano, parte civile per l’imprenditore rimasto gravemente ferito nell’agguato, mentre per i difensori, gli avvocati Nicola Colacino e Noris Bucchi, Gino Renato doveva essere assolto perché contro di lui vi erano solo le accuse della vittima, ma non prove.

Il grave fatto oggetto del processo avvenne la sera del 23 novembre del 2010, in via Nubi di Magellano, vicino alla sede Iren. In quel periodo cominciava lo stillicidio di attentati incendiari e ritorsioni negli ambienti degli imprenditori calabresi, che continua ormai da tre anni.

Dunque Lombardo, 64 anni, stava passeggiando quando qualcuno, a volto scoperto, si portò alle sue spalle e gli sparò contro con una pistola. L’imprenditore fu raggiunto da due colpi, uno all’anca e l’altro al torace. Sarebbe certamente morto sulla strada se non l’avesse soccorso un extracomunitario che passava su quella strada a quell’ora, erano le 20, pochissimo frequentata.

Fu poi Lombardo, quando fu finalmente in grado di parlare, a dire che a sparargli era stato Gino Renato, un uomo da lui ben conosciuto, anche perché, quasi coetanei, a Cutro era stato suo vicino di casa. Le indagini dei carabinieri misero poi il tentativo di omicidio in relazione alle attività imprenditoriali della vittima, e quindi con contrasti e diramazioni nel mondo della ‘ndrangheta. Per questo l’inchiesta passò alla Dda di Bologna.

Nel processo è emerso un fatto: Lombardo, nell’immediatezza del ferimento, non fece mai il nome di Gino Renato. Non lo fece con l’extracomunitario, non lo fece con la figlia (l’immigrato l’aveva chiamata con il proprio telefonino, che aveva poi passato al ferito) e non lo fece con i soccorritori arrivati con l’ambulanza. A questi disse anzi di essere stato colpito da un infarto, spaventato per aver udito quattro botti. Il nome lo fece poi (in ospedale era intubato, e per giorni non poteva parlare), con i carabinieri, che gli avevano mostrato una foto di Gino Renato.

Questo fatto, che emerge dalle intercettazioni, è stato cavalcato dalla difesa, che ha adombrato un possibile “suggerimento” sbagliato da parte degli inquirenti. La Corte tuttavia ha valutato tutti gli elementi giungendo alla conclusione che a sparare fu proprio Gino Renato, e quindi accogliendo pienamente le tesi e la proposta di pena del Pm Cieri.

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