Agguato a Vito Lombardo: chiesti 12 anni per l’imprenditore cutrese Gino Renato. Sentenza il 12 maggio

7/5/2014 – Processo per il tentato omicidio dell’imprenditore edile Vito Lombardo: oggi di fronte al Tribunale di Reggio il pubblico ministero Enrico Cieri, della Direzione Distrettuale antimafia di Bologna, ha chiesto la condanna a dodici anni di carcere dell’imprenditore cutrese Gino Renato, che l’accusa ritiene responsabile del tentativo di assassinare il compaesano e collega di lavoro Vito Lombardo, tentativo perpetrato la sera del 23 novembre 2010 all’altezza della rotonda di via Nubi di Magellano, a Coviolo, nei pressi della sede Iren.

La medesima condanna è stata chiesta anche dall’avvocato Francesco Antonio Maisano, parte civile per l’imprenditore rimasto gravemente ferito nell’agguato, mentre per i difensori, gli avvocati Nicola Colacino e Noris Bucchi, Gino Renato va assolto perché contro di lui non ci sono prove, ma solo le accuse della vittima, da loro considerate confuse e inattendibili. Il collegio giudicante, presieduto da Francesco Caruso, ha rinviato la sentenza ad una prossima udienza, il 21 maggio.

L’udienza di oggi è stata caratterizzata dalla lunga e circostanziata requisitoria di Cieri, dall’intervento della parte civile e dalle appassionate arringhe dei difensori. In aula erano presenti imputato e vittima, con i loro rispettivi parenti ed amici.

La sera del 23 novembre 2010, intorno alle 20, Vito Lombardo, 64 anni, stava passeggiando in via Nubi di Magellano quando qualcuno, a volto scoperto, arrivò alle sue spalle e gli sparò contro con una pistola. L’imprenditore fu raggiunto da due colpi, uno all’anca e l’altro al torace. E’ stato salvato dal tempestivo intervento di un extracomunitario. Fu poi Lombardo, quando fu finalmente in grado di parlare dopo essere rimasto per giorni in condizioni critiche, a dire che a sparargli era stato Gino Renato, che lo conosceva bene anche perché, quasi coetanei, a Cutro era stato suo vicino di casa.

Le indagini dei carabinieri misero il tentativo di omicidio in relazione a contrasti nell’ambito dell’attività delle attività imprenditoriali della vittima, con diramazioni nel mondo della ‘ndrangheta. Per questo gli atti sono passati alla Dda di Bologna.

Nel processo è emerso un fatto: Lombardo, nell’immediatezza del ferimento, non fece mai il nome di Gino Renato. Lo scrive Otello Incerti su 4minuti.it.

Non lo fece con l’extracomunitario, non lo fece con la figlia (l’immigrato l’aveva chiamata con il proprio telefonino, che aveva poi passato al ferito) e non lo fece con i soccorritori arrivati con l’ambulanza. A questi disse anzi di essere stato colpito da un infarto, spaventato per aver udito quattro botti. Il nome lo fece poi con i carabinieri, che gli avevano mostrato una foto di Gino Renato. Questo fatto, che emerge dalle intercettazioni, è stato cavalcato dalla difesa, che ha adombrato un possibile “suggerimento” sbagliato da parte degli inquirenti.

E la difesa ha insistito su tutte quelle parti di intercettazioni, telefoniche ed ambientali, nelle quali Lombardo, parlando con i familiari, non solo non fa il nome dell’imputato, ma dice di non riuscirsi a spiegare perché lo abbiano voluto ammazzare. Successivamente, in aula, farà il nome di un possibile mandante, un altro calabrese con il quale non era in buoni rapporti. Ma aggiungendo che le sue erano supposizioni, non suffragate da elementi concreti.

Per i difensori Lombardo era comprensibilmente confuso, sia nei momenti immediatamente successivi agli spari sia quando, ripresosi, era stato interrogato dai carabinieri. E ai militari prima aveva detto di essersi trovato lo sparatore davanti, poi, quando era risultato invece che i proiettili l’avevano colpito da dietro, aveva detto di essersi girato dopo i colpi. La sua accusa non è perciò attendibile: e se l’ha ripetuta sempre uguale, con coerenza, è perché si è letto le carte del processo. Inoltre la difesa ha sottolineato quella che considera un fatto illogico: non si dà a un sessantenne, per giunta noto imprenditore, un incarico da killer.

Il pm e la parte civile hanno insistito invece sulla non attendibilità dell’alibi fornito dall’imputato. Anzi, è stato fatto rilevare come la difesa abbia indicato possibili testimoni a discarico senza però averli mai chiamati in udienza.

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