“Non ho paura, ma mi sono sentito solo”. Il ruolo decisivo di Enrico Bini nell’inchiesta contro le ‘ndrine della Bassa

10/4/2014 – “Alla ‘ndrangheta sono state date sponde da parte di alcuni reggiani. Hanno accettato di fare affari con questa criminalità, e qualcuno, quando poi si è trovato in difficoltà, ma solo allora, ha fatto denuncia. La denuncia che ha fatto Enrico Bini, come presidente della Camera di Commercio, è invece diversa: è l’unica che sia arrivata, in forma così evidente, da un ente importante”.

Il colonnello Paolo Zito , comandante provinciale dei carabinieri, ha fatto questa amara considerazione (riportata da 4.minuti. it) questa mattina, avendo al suo fianco proprio Enrico Bini, invitato alla conferenza per il ruolo determinante che ha avuto nel fare partire l’inchiesta che ha smantellato l’organizzazione ‘ndranghetista che aveva il suo capo nella figura di Michele Pugliese, che spadroneggia a Gualtieri e nella Bassa: un’operazione della Dda ha portato all’arresto di altre 12 persone e al sequestro di beni per 13 milioni di euro. E l’inchiesta non è finita perché nel corso di una trentina di perquisizioni sono stati sequestrati moltissimi documenti, ora al vaglio degli investigatori.

Apertamente osteggiato anche all’interno del suo partito, il Pd, Bini in questi anni ha subito ogni genere di attacchi e per lungo tempo è stato lasciato solo nella battaglia contro la criminalità economica. Sono stati gli anni della disgraziata teoria degli anticorpi, secondo cui era impossibile che la terra del “buon governo” di sinistra fosse infettata dalle mafie, proprio perché aveva dentro di sè “anticorpi” sufficienti a sconfiggere l’infezione. Ora è chiaro come stanno le cose, sappiamo com’è finita: quella degli anticorpi era un’illusione bella e buona. A voler esser realisticamente maligni, una tesi di comodo bella e buona.

L’ex presidente camerale – al quale oggi molti devono delle scuse – ha spiegato come si era accorto che qualcosa non andava: “E’ stato ai tempi della realizzazione della Tav, che seguivo per Transcoop: provvedimenti prefettizi estromettevano alcune ditte per collusioni con la criminalità organizzata, e vedevamo poi i loro mezzi, stessi camion, stessa targa, ed anche stessi autisti, tornare qualche giorno dopo in cantiere con il nome di ditte diverse”.

Zito ha fatto presente che queste ditte erano registrate in Camere di Commercio del Sud, e ciò le metteva intanto in grado di agire in una situazione concorrenziale, dato che la loro collocazione geografica garantiva loro sgravi fiscali, studi di settori diversi, Irap e cuneo fiscale, contributi minori. In più al Sud non erano controllate, anche perché là non lavoravano, e al Nord erano sconosciute”.

Ecco perciò l’importanza di mettere in rete le camere di commercio di tutta Italia, una necessità sottolineata da Bini a suo tempo, e di iniziare a prestare una particolare attenzione al settore dei trasporti, che sono tradizionalmente un importante settore nel quale la grande criminalità organizzata mette le proprie mani. Si è iniziato, a Reggio, con un tavolo di lavoro, e lo si è fatto anche a Ferrara. Ma c’è ancora molto da fare, per estendere questo tipo di controlli a tutta Italia. Le camere di commercio del Sud, da quanto si è capito, non sono in questo particolarmente attive. Si era cominciato, utilizzando una legge della nostra Regione, a cancellare dai registri camerali ditte che non avevano i requisiti per restarci, ma poi la legge è stata eliminata.

IL CORAGGIO DEL PREFETTO DE MIRO
Reggio è comunque capofila e punto di riferimento nazionale – ha sottolineato il colonnello Vito – nell’impegno di enti ed istituzioni pubbliche nella lotta contro le infiltrazioni mafiose. E questo a partire dalle interdittive emesse dal prefetto Antonella De Miro, che stanno facendo scuola in tutta Italia. Il colonnello ha sottolineato come le  interdittive, che hanno suscitato malumori e reazioni contrarie, abbiano un ruolo importantissimo, riconosciuto, ed è la prima volta, anche nell’indagine che ha portato all’arresto del Papera e della “zarina”, come era chiamata la sua ex compagna. Il nome di Michele Pugliese, infatti, compare in ben tre direttive emesse contro altre persone: vi è citato come una loro frequentazione sospetta, tale da rendere pure loro inaffidabili. E il colonnello ha sottolineato che il Prefetto non si inventa in perfetta solitudine i motivi per i quali fa queste interdittive: le fa dopo aver raccolto tutte le informazioni, delicate e riservate, che arrivano dalla capillare rete delle caserme dei carabinieri.

“NON HO PAURA, MA MI SONO SENTITO SOLO”

Bini ha sottolineato di essersi sentito solo, nelle sue denunce. Il pm calabrese Nicola Gratteri glielo aveva detto: “Pensa bene a quello che fai, perché non sai cosa ti aspetta”. Un’indagine così complessa ha inevitabilmente tempi molto lunghi, perché sono state necessarie intercettazioni, esame di documenti, ed altro ancora, da noi e in Calabria, prima di arrivare agli arresti e ai sequestri di ieri. In questo lungo periodo di tempo qualcuno ha trattato Bini come un visionario, uno che parlava genericamente, senza scendere nel concreto.

Ovvio che, a indagine in corso, non poteva farlo: ” Mi sono sentito spesso solo – ha detto – ma sentivo vicino i carabinieri e i magistrati, che avevano raccolto la mia denuncia. Ho agito nella convinzione che era mio dovere quello di affermare la legalità nell’economia: questo è il primo obiettivo da affrontare, tanto più quando si ha una carica pubblica: ero presidente della Camera di Commercio. Ringrazio i carabinieri e il procuratore Roberto Alfonso, della Dda bolognese, per avermi creduto e per il lavoro che hanno fatto.

E ha aggiunto: “Non ho paura e sento il sostegno delle forze dell’ordine. Vorrei però che tanti altri parlassero, con la sicurezza di essere ascoltati e di avere a fianco queste forze dell’ordine. Piuttosto, visto che gli uomini delle forze dell’ordine sono seriamente impegnati contro la criminalità organizzata, non lasciamoli soli: denunciamo, non bisogna aver paura. (p.l.g)

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