Lavoratori più anziani, aziende malate? I guasti della riforma Fornero: Confcoop e Cna corrono ai ripari

24/4/2014 – Serviranno almeno altri vent’anni per concludere la fase di transizione – segnata da instabilità e incertezze – che si è determinata  con la riforma Monti-Fornero, i cui effetti, amplificati dalla crisi, si riversano su chi dovrà prolungare la permanenza al lavoro, sui giovani che non trovano impiego, sulle imprese che già oggi cominciano a scontare le conseguenze di addetti più anziani e di conseguenza esposti a malattie legate alla permanenza al lavoro, o al semplice invecchiamento anagrafico.

E’ di questo che si è parlato nel convegno “Curare il lavoratore, guarire l’impresa” organizzato da Confcooperative, CNA e 3C Salute-Impresa Sociale, il poliambulatorio creato da un pool di cooperative sociale guidate dal Consorzio Oscar Romero insieme alle due associazioni imprenditoriali.

Proprio in tale sede, dopo gli interventi di Giuseppe Alai e Nunzio Dallari, presidenti di Confcooperative e CNA, Emmanuele Massagli, presidente di Adapt (l’Associazione per gli studi internazionali e Comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali creata nel 2000 da Marco Biagi), ha parlato esplicitamente di imprese “spaventate” a fronte di problemi che solo parzialmente si racchiudono in cifre, seppure esplicite.

Una, fra queste: negli ultimi tre anni i lavoratori over 50 sono cresciuti del 12% in Europa e del 37% in Italia, mentre sono scesi del 17% gli addetti di età compresa tra i 15 e i 29 anni e milioni di lavoratori tra i 40 e i 50 anni (la fascia d’età che detiene il primato nella popolazione italiana) si preparano a lavorare ancora per un tempo che va dai 16 ai 26 anni.

Oggi – ha detto Massagli – sta crescendo solo la fascia di lavoratori compresi tra i 50 e i 70 anni, e fra le tante conseguenze (insieme ad un ricambio generazionale che diviene impossibile in situazioni di crisi, tanto che la disoccupazione giovanile è passata dal 23,3 al 42% in tre anni) vi sono e vi saranno costì più alti legati ad assenze per malattie, a minore produttività, ad un’organizzazione aziendale che dovrà fare i conti con mansioni da rivedere in funzione di crescenti situazioni di inidoneità o anche solo di una esponenziale diversificazione di esigenze tra lavoratori di 20 o 70 anni.

Confcooperative, CNA e 3C Salute hanno aperto il sipario su uno scenario tanto più inquietante se si guarda a quanto dicono i lavoratori italiani, che nel 35,4% dei casi ritengono di non poter continuare a svolgere le attuali mansioni anche dopo i 60 anni.

Stando così le cose, dunque, è evidente che la tutela della salute dei lavoratori non appartiene più soltanto alla sfera morale o a quella degli obblighi imposti dalle leggi, ma diventa uno dei fattori sui quali si giocherà la competitività delle imprese.

Tra obblighi ed opportunità, le imprese – come hanno sottolineato il dr. Luca Buzio, presidente Medlavitalia, Mauro Ponzi e Maurizio Gozzi, presidente e amministratore delegato di 3C Salute – sono dunque chiamate ad un approccio del tutto nuovo alla medicina del lavoro come strumento di prevenzione e di tutela, ma occorre anche uno sforzo più ampio.

Insieme alle imprese, sistema sanitario e sindacati – e il messaggio è suonato chiaro nella sala convegni di Confcooperative – debbono concorrere in modo del tutto inedito e particolarmente incisivo per far sì che, insieme, si possano stroncare gli abusi che si riscontrano – ad esempio –  con i fenomeni delle finte invalidità e delle finte malattie che non pesano solo in termini di costi sia sul privato che sul pubblico, ma determinano situazioni di inaccettabile sperequazione tra i lavoratori.

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