“Grande Reggio, bene la proposta del Museo del ‘900 reggiano. Ricordo sommessamente che l’idea è mia”

di Alberto Agazzani*

2/2/2014 – Ho letto con grande interesse il programma della neonata lista civica “Grande Reggio”, ennesimo ammirevole tentativo di scardinare un potere da troppo tempo incrostato a Reggio Emilia, con tutte le perverse degenerazioni che questo comporta.

In particolare mi ha rallegrato l’inserimento in detto programma della mia idea di istituire un “Museo del 900 reggiano“; idea che il sottoscritto aveva lanciato già dallo scorso settembre in occasione della prima mostra dedicata alla pittura reggiana del secondo Novecento al di fuori dei consueti e oggi anacronistici reciti realisti contro astrattisti.

Non è casuale che questa mostra, che per la prima volta mette a confronto esperienze espressive parallele ancorché linguisticamente opposte, si sia tenuta in una galleria privata, la RezArteContemporanea, assolvendo ad un compito altrimenti spettante alla Pubblica Amministrazione, che da due decenni ha dimostrato verso l’arte ed i pittori reggiani una crescente ed inesorabile indifferenza, fino all’oblio, a favore di “eventi” globalizzati e globalizzanti, buoni per ogni luogo ed ogni stagione, vedi “Fotografia Europea“, che divorano la quasi totalità delle risorse comunali destinate alla Cultura, senza valorizzare il territorio, la sua storia ed i suoi artisti.

Un po’ come avveniva ed avviene a Palazzo Magnani: prima con presunte “grandi mostre” legate ad interessi specifici (e forse personali?), oggi con presuntuose operazioni da strapaese (Escher, ad esempio: una mostra che non è che la pallida ombra di quella, davvero pionieristica grandiosa per unicità e qualità delle opere esposte, tenuta al Teatro Municipale nel 1976) che come tali dimenticano di documentare e storicizzare il genius locis artistico.

Eppure il Novecento reggiano ha avuto protagonisti di prima grandezza (nelle arti visive come nel cinema – si pensi solo ai 14 Premi Oscar vinti dalla sartoria del guastallese Umberto Tirelli), nel teatro, nell’architettura, nella musica ed altrove) che meritano d’essere salvati dal vergognoso dimenticatoio al quale sono condannati da un provincialismo che pare abbia trasformato un complesso d’inferiorità in elemento d’orgoglio, nonché progressivamente distrutto un altrimenti naturale collezionismo, con grave danno anche per un conseguente indotto economico.

Giusto intitolare a Claudio Abbado una via od una piazza, avendo egli intessuto con la nostra città rapporti tutt’altro che occasionali, ma perché no al succitato Umberto Tirelli, a Piero Simonini, ad Enrico Prampolini, a Serge Reggiani?

Gli amici di “Grande Reggio”, ai quali porgo il mio più sincero augurio, hanno colto perfettamente l’importanza di questa mia proposta e l’hanno fatta loro, proponendosi di colmare un vuoto più intollerabile che incomprensibile. Purtroppo nel far ciò hanno dimenticato di citare la paternità di tale idea. Ma questa è un’altra, già vista storia.

*Critico d’arte e curatore

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