[[ Perse 374 aziende artigiane a Reggio. Dallari (Cna): “Meno tasse, il lavoro non è un bene di lusso”. (Batti un cinque!)

28/1/2014 – “I numeri del rapporto Unioncamere sull’avvio di nuove imprese nel 2013 certificano il tributo che le imprese artigiane hanno pagato, e continuano a pagare, alla crisi.

Grande intenditore. Nunzio Dallari con la modella reggiana Sara Cavagnari

Grande intenditore. Nunzio Dallari con la modella reggiana Sara Cavagnari

Nella provincia di Reggio Emilia il saldo delle attività artigiane cessate nel 2013 è di 374 unità in meno con un -1.80%, mentre sul totale delle imprese la provincia reggiana registra una perdita di 575 unità (-1%). Sono cifre da brivido”. Allarme di Nunzio Dallari, Presidente provinciale CNA, sull’andamento dell’economia reggiana dopo le statistiche diffuse da Movimprese.

“I settori maggiormente colpiti – afferma Dallari – sono stati le costruzioni (-322 imprese), le attività manifatturiere (-164 imprese) e il trasporto (-72 imprese). E’ tempo di invertire la rotta. Dobbiamo abbandonare una politica fatta solo di tagli e di tasse. Il rigore è necessario ma senza investimenti e senza il rilancio dei consumi porta alla distruzione del sistema produttivo e all’indebolimento progressivo del Paese”.

“A livello nazionale nel 2013, nonostante la crisi, – incalza Nunzio Dallari – è stato aperto un numero di imprese maggiore di quelle chiuse, con un saldo di oltre 12mila attività in più (+0,2%) mentre l’artigianato, al contrario ha perso quasi 28mila imprese (-1.94%). Questo significa che la vitalità dell’imprenditoria italiana dipende fortemente dal mondo artigiano. Ai nostri artigiani e imprenditori non manca la “voglia di impresa”: mancano gli strumenti e il sostegno necessari a svilupparla”.

E conclude: “Ecco perché il 18 febbraio per la prima volta artigiani e commercianti scenderanno in piazza insieme a Roma per una grande mobilitazione indetta da Rete Imprese Italia, a cui parteciperanno anche gli imprenditori di CNA Reggio Emilia. Le nostre richieste? Ristabilire la concertazione con le parti sociali per coinvolgerle nella risoluzione dei problemi; avere una flessibilità del lavoro che tenga conto del momento negativo, un fisco meno opprimente, meno caotico e più chiaro:  il lavoro non è  un bene di lusso”.

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