Dopo appena sei giorni Ivan Strozzi costretto a dimettersi dall’Ama di Roma per i vecchi affari di Agac in Sicilia

fuoco-gif16/1/2014 – Appena sei giorni dopo l’incarico ricevuto dal sindaco Marino, il manager reggiano Ivan Strozzi si è dimesso dall’incarico di amministratore con pieni poteri di Ama, l’azienda rifiuti di Roma. Lo ha fatto su richiesta dello stesso Marino: non gli aveva detto di essere indagato dalla Procura di Patti come ex ad di Enia insieme all’ex presidente Italo Allodi e altre 17 persone fra manager e amministratori, per l’inchiesta sulla gestione rifiuti dell’Ato Me1 di Messina, dove Agac nel 2005 aveva fondato con altri partner la Nebrodi Ambiente.

M'Ama non m'Ama: ebbene sì, c'eravamo tanto amati...

M’Ama non m’Ama: ebbene sì, c’eravamo tanto amati… (mo mama!)

“Non avevo informato il sindaco – ha ammesso Strozzi – perchè non lo ritenevo assolutamente necessario. Mi dispiace per l’equivoco, rinuncio agli incarichi in Ama. «E’ venuta meno la fiducia – aveva detto Marino dopo aver appreso dell’inchiesta da un articolo di ieri del Fatto Quotidiano – Un rapporto fiduciario non può esser costruito in questo modo. Chiedo a Ivan Strozzi di rinunciare all’incarico».

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comiche_0315/1/2014 – Puntuale come i giorni della merla, non appena Ivan Strozzi ha ricevuto dal sindaco Marino il prestigioso incarico di amministratore con pieni poteri di Ama, l’azienda rifiuti di Roma (ottomila dipendenti), è stata pubblicata la notizia di un avviso di garanzia all’ex amministratore reggiano di Enìa (e poi di Acam Spezia) perchè indagato con  l’ex presidente Italo Allodi e altre 17 persone dalla procura di Patti, Messina, a proposito della gestione  rifiuti dell’Ato Me1. L’inchiesta è stata chiusa in ottobre, ma riguarda fatti accaduti diversi anni fa, a seguito di un contratto stipulato nel 2005 in Sicilia da Agac, mentre Strozzi arrivò in Enia nel 2006. La notizia era nota da tempo, ma Il Fatto Quotidiano  l’ha ripresa con evidenza in concomitanza con la nomina di Strozzi a Roma.

Secondo la Procura di  Patti la società consortile Nebrodi Ambiente, partecipata all’epoca al 20% dalla multiutility emiliana nata dalla fusione tra le aziende di Reggio, Parma e Piacenza – avrebbe commesso una serie di reati ambientali, dalla frode all’inadempimento di contratti in  pubbliche forniture. Enia era la capofila del consorzio.

Strozzi è tranquillo e fornisce spiegazioni esaurienti: «Nel 2005, quando quell’appalto fu vinto, non ero ancora a in Enìa. E anche dopo nella Nebrodi Ambiente, non ho mai svolto un ruolo, né ricoperto incarichi né sono mai andato a Messina per partecipare a riunioni o per parlare dei fatti su cui si indaga. Io sono totalmente estraneo a questa vicenda».

E aggiunge: «Quando a metà del 2006 vengo nominato amministratore delegato di Enia (che poi ha lasciato nel 2008 dopo averla traghettata in Borsa, ndr.) la società aveva sessanta partecipazioni. Io comincio a tagliare e  in venti mesi ne elimino 22. C’è stato un periodo in cui era di moda – spesso su sollecitazione di ministri – che le società del Nord andassero al Sud per fare da barriera a mafie e malaffare. Penso che chi mi ha preceduto ha ritenuto di dover assecondare quelle sollecitazioni. Ma non è possibile gestire situazioni così delicate da grande distanza: è la ragione per cui ho disboscato le partecipazioni di Enia. Per quando mi riguarda sono assolutamente tranquillo e ho totale fiducia nella magistratura».

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