Camisasca: “Don Pasquino Borghi come il beato Rolando Rivi”

30/1/2014Don Pasquino Borghi come il beato Rolando Rivi: entrambi nell’istante della morte perdonarono i loro assassini, a imitazione di Cristo. Questa mattina, nella celebrazione in Ghiara per il 70° della fucilazione di don Borghi, il Vescovo Massimo Camisasca ha offerto una riflessione profonda sulla vita del prete di Tapignola (che fu anche missionario e monaco) indicandone il punto di contatto col beato Rolando, il seminarista ammazzato crudelmente  a 14 anni dai partigiani comunisti: il perdono, virtù imparata da Cristo.

Camisasca ha così indicato qual è la prospettiva autentica dei cristiani d fronte agli orrori della guerra, alle vendette, alle uccisioni: rimettere al centro la sacralità della persona, abbandonando le visioni ideologiche per cui un martire non vale l’altro a seconda di chi vince o di chi giudica. Una riflessione offerta anche a chi nelle istituzioni rifiuta ancora di intitolare vie e piazze a don Pessina, a don Manfredi e al beato Rolando.

Ecco la parte dell’omelia del vescovo Camisasca dedicata a don Pasquino Borghi. 

Cari fratelli e sorelle,

siamo qui riuniti per commemorare un grande figlio della nostra terra, a centodieci anni dalla sua nascita e settanta dalla fucilazione: don Pasquino Borghi. Le parole di Gesù che abbiamo considerato ci aiutano ad entrare nel segreto della vita di don Pasquino. Che cosa, infatti, rende grande ai nostri occhi la testimonianza di questo sacerdote? La sua vita avventurosa? La sua personalità forte e poliedrica? Per comprendere la sua statura occorre chiederci in che cosa la sua vita si è lasciata attraversare dalla luce di Cristo. Da questo punto di vista ci colpisce, certo, la sua grande generosità, che lo ha portato a essere missionario in Africa, ma ci colpisce anche il suo desiderio di restare solo con Dio che, in una stagione della sua vita, si è concretizzato nella scelta della vita monastica. Non c’è contraddizione tra l’impeto missionario e la ricerca della contemplazione di Dio, anzi: non c’è vera missione, non esiste autentico impegno pastorale, se non sgorga dal desiderio di stare con Gesù e partecipare della sua passione per l’uomo.

Per comprendere il segreto della vita di don Pasquino dobbiamo considerare proprio questa unità tra vita di preghiera e impegno pastorale e civile che egli ha sempre desiderato vivere a imitazione di Gesù. E in tutto ciò ha lasciato brillare la luce della carità di Cristo che si fa incontro agli uomini. Solo questo spiega il suo esporsi in prima persona contro un regime politico che egli riconosceva profondamente dannoso per l’uomo. Aprì la sua canonica di Tapignola ai giovani e, dopo l’armistizio del ’43, avviò una collaborazione solidale con i tanti soldati italiani e prigionieri di guerra che si rifugiavano nelle montagne per sfuggire ai soldati tedeschi. Mise a loro disposizione la sua conoscenza dell’inglese e del francese e la sua esperienza internazionale, maturata negli anni di missione.

Potremmo fare tante riflessioni sulla vita di don Pasquino. Ma è soprattutto la conclusione della sua vita a far emergere la vera grandezza del sacerdote, il gesto che egli compie prima di essere fucilato assieme ai suoi compagni. Egli fu fedele alla sua vocazione sacerdotale. In questo consiste la sua virtù più grande: prima dell’esecuzione, indossando la sua talare, bacia ognuno dei suoi compagni, li benedice e reca i conforti religiosi a chi li desidera. Poi in ginocchio prega a voce alta e perdona i suoi assassini. Come può un uomo morire in questo modo senza aver desiderato di conformare la propria vita a quella di Cristo? È da Gesù che ha imparato a morire così, proprio come era accaduto a santo Stefano e come accadrà continuamente nella storia della Chiesa, fino al beato Rolando Rivi, il cui ultimo gesto, prima di essere ucciso, fu proprio pregare e perdonare i suoi uccisori.

Chiediamo al Signore di accogliere don Pasquino nel suo regno e per noi imploriamo la sua stessa fedeltà alla vocazione e la sua passione nell’annunciare il vangelo”.

ESPOSTI IN GHIARA SINO AL 14 FEBBRAIO GLI ABITI DELLA FUCILAZIONE

Sono esposti nella basilica della Ghiara fino al 14 febbraio 2014, gli abiti indossati da don Pasquino Borghi nell’ora della sua fucilazione, alle 6,30 del 30 gennaio 1944 al Poligono di tiro di Reggio Emilia.

Il sacerdote, parroco di Tapignola, era in compagnia di altri otto antifascisti – Ferruccio Battini, Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovannetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini ed Enrico Zambonini – che oggi, nella memoria del 70° Anniversario di quel martirio, sono stati definiti “fratelli di ideali e di fede” di don Pasquino, così come i sette Fratelli Cervi, uccisi nello stesso luogo un mese prima, erano tra loro fratelli consanguinei e fratelli di idee e ideali con Quarto Camurri, che con loro donò la vita per la Libertà.

Gli abiti di don Pasquino, di recente restaurati, presentano i fori dei proiettili, sparati con ogni probabilità a raffica con un mitragliatore: due fori all’altezza del cuore, tre fori  nella manica del braccio sinistro, che don  Pasquino teneva alzata mentre dava l’estrema benedizione ai compagni di martirio, “dopo avere offerto loro i conforti religiosi, dopo averli rincuorati e dopo aver pregato per il perdono di chi li stava uccidendo”, ha sottolineato nella sua relazione storica l’onorevole Danilo Morini, presidente dell’associazione di partigiani Alpi-Apc.

L’esposizione degli abiti di don Borghi, corredata da schede storiche, sarà visitabile fino al 14 febbraio, nei seguenti orari: dal lunedì  al sabato dalle 7.30 alle 12 e dalle 16.30 alle 19.30; domenica, dalle 7.30 alle 13 e dalle 16.30 alle 20.30.

LA COMMEMORAZIONE

La commemorazione dell’eccidio del 30 gennaio ’44 è iniziata stamani intorno alle 9 al Poligono, con l’omaggio ai Caduti e gli interventi del presidente del Consiglio provinciale Gianluca Chierici e di Orio Vergalli dell’Anpi. Alle 10 nella basilica della Ghiara, il vescovo della diocesi di Reggio Emilia – Guastalla Massimo Camisasca ha celebrato la Messa in suffragio dei Caduti e successivamente è stata deposta una corona in vicolo dei Servi, accanto al luogo in cui sorgeva il carcere dei Servi (l’area dell’attuale Palasport), dove don Pasquino Borghi era stato rinchiuso il giorno prima della fucilazione.

Dopo la visita alla mostra con l’esposizione degli abiti di don Borghi, nella sala conferenze del chiostro piccolo della Ghiara si è svolto un Atto di memoria, con interventi degli studenti dell’Istituto comprensivo Don Borghi di Reggio Emilia (scuole medie) e gli interventi del sindaco vicario di Reggio Emilia Ugo Ferrari e degli stessi vescovo Camisasca e onorevole Morini.

UN UOMO COERENTE, CHE SI SPESE CON GRATUITÀ E CORAGGIO – “Oggi siamo qui a rendere omaggio e ricordare don Pasquino Borghi e gli otto martiri che assieme a lui furono trucidati nel poligono di tiro 70 anni fa. Siamo qui a cercare di comprendere e condividere il loro ideale, ad ammirarne il coraggio, il senso di giustizia e libertà che li animava, il senso di gratuità nello spendersi sino a dare la vita. Dell’altruismo e dell’accoglienza, don Pasquino Borghi aveva fatto, potremmo dire, la ragione della sua vocazione di sacerdote e di missionario in Africa e poi di parroco, al suo ritorno in Italia, fino alla sua uccisione”, ha detto fra l’altro il sindaco vicario Ugo Ferrari (in allegato il testo integrale del suo intervento).

Ferrari ha inoltre citato, perché “quanto mai significativa” dello stile di vita e del comportamento di don Borghi, la motivazione del conferimento a don Pasquino della Medaglia d’oro al Valor militare, in cui si legge: “… la sua casa fu asilo ad evasi da prigionia e scuola di nuovi combattenti della libertà. Imprigionato dal nemico, sopportò patimenti e sevizie, ma la fede e la pietà tennero chiuse le labbra in un sublime silenzio che risparmiò ai compagni di lotta la sofferenza del carcere e lo strazio della tortura. Affrontò il piombo nemico con la purezza dei martiri e con la fierezza dei forti e sulla soglia della  morte la sua parola di fede e di conforto fu di estremo viatico ai compagni nel sacrificio…”.

“Ripercorrere le tappe della nostra storia – ha aggiunto Ferrari – come stiamo facendo nella giornata odierna, accanto al valore della commemorazione, ritroviamo il valore inestimabile del rendere presente, viva, attuale la memoria.

“Il coraggio di don Pasquino Borghi e degli otto antifascisti uccisi con lui, ci racconta della tenacia con cui la nostra città ha combattuto la dittatura, con le sue ingiustizie, discriminazioni, con la sua violenza cieca e praticata spesso con orribile leggerezza. Queste persone, questo parroco non si sono fermati di fronte all’umana paura e alle minacce. Questa storia ci racconta di quanta differenza possono fare le persone nel determinare il corso degli eventi, nel riportare pace e giustizia, nel riaffermare il valore della dignità umana”.

“E’ difficile – ha concluso Ferrari – sentirsi all’altezza di questa storia: dobbiamo provarci, compiere scelte, impegnarci per migliorare noi stessi e gli altri. Lo dobbiamo a don Pasquino Borghi e a tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per la nostra libertà. Questi caduti sono le nostre radici, sono quell’ancoraggio a valori che consentono il progresso della società, che abbiamo il dovere di continuare a trasmettere ai giovani”.

IL PERDONO DELLA MADRE – L’onorevole Danilo Morini, nel corso della sua ricostruzione storica, ha ricordato fra l’altro che nel plotone d’esecuzione del 30 gennaio ’44 erano presenti anche due ragazzi minorenni: “Uno di 15 ed uno di 16 anni. Il primo fu chiamato anche a dare il colpo di grazia al sacerdote. La madre di don Pasquino, Orsola Del Rio, scrisse una lettera, di grande nobilità, in cui comunicava il suo perdono verso quei ragazzi e questo perdono contribuì, nel processo poi celebrato verso gli autori dell’eccidio, a ridurre le pene”.

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