Un Natale dedicato ai bambini non-nati e che soffrono.
Le omelie del vescovo Camisasca

26/12 – Il senso della nascita di Gesù, della Rivelazione, il coraggio di raggiungere – come invita a fare papa Francesco – le periferie materiali e spirituali del mondo, i cristiani perseguitati, i bambini non-nati e i bambini-soldato, i bambini violati e quelli che non hanno casa né cibo. Sono questi alcuni dei temi sviluppati dal vescovo di Reggio, monsignor Massimo Camisasca, nelle omelie pronunciate nella messa della Veglia, in cattedrale a Reggio e nella messa di Natale sotto la tensostruttura di Guastalla.

Ne pubblichiamo di seguito i testi integrali.

Omelia per la solenne Veglia di Natale (Cattedrale di Reggio Emilia, 24 Dicembre 2013)

Cari fratelli e sorelle,

questa notte è illuminata da una luce che penetra fin nelle tenebre e nel freddo della nostra vita e riscalda il cuore di ognuno di noi. Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse
(Is 9,1). L’annuncio che tutta l’umanità, sin dai suoi albori, aspettava, quell’annuncio che al popolo ebraico era stato promesso in modo speciale, risuona ancora una volta in questa notte: vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore (Lc 2, 10-11).

L’angelo che porta la lieta notizia ai pastori parla oggi ad ognuno di noi. Come i pastori, infatti, anche noi siamo occupati nelle nostre piccole o grandi cose, forse immersi nelle tenebre delle nostre paure. Le preoccupazioni per il futuro ingombrano la nostra mente e il nostro cuore. Le difficoltà economiche, le fatiche in famiglia e sul lavoro rendono a volte incerto o affannoso il nostro cammino.

Ecco, proprio a noi, così come siamo, l’angelo dice: Non temete! Vi annuncio una grande gioia! Non siete più soli: un bambino è nato per voi,
vi è stato dato un figlio
(cfr. Lc 2, 10; Is 9,5).

Egli non farà scomparire magicamente le nostre preoccupazioni e le nostre sofferenze. Non viene come un signore potente che, guardandoci dall’alto in basso, risolverà tutti i nostri problemi e poi andrà via. Egli viene per stare con noi, per condividere la nostra vita, per dirci che c’è un modo nuovo di vivere tutte le circostanze dell’esistenza, siano esse di gioia o di dolore: ogni momento della vita può essere una strada di luce che ci conduce verso il bene.

C’è un Padre di cui egli vuole parlarci. Un Padre che ci ha voluti e che ci attende. Un Padre che non si è dimenticato di noi, ma ci accompagna.

Per questo ha mandato suo Figlio. La fantasia della sua carità ha pensato ciò che era inimmaginabile. Dio viene a vivere in mezzo a noi e si presenta come un bambino bisognoso di tutto. Bisognoso delle nostre attenzioni, delle nostre cure, del nostro amore. Viene nell’umiltà e nella debolezza perché noi possiamo accostarci a lui senza paura. E in questo modo, mentre noi ci prendiamo cura lui, in realtà è lui a curare le nostre ferite e a donarci una vita nuova.

«Portando se stesso – afferma sant’Ireneo – egli porta con sé ogni novità» (Omnem novitatem attulit, semetipsum afferens: Ireneo di Lione, Adversus haereses, IV, c. 34 n. 1).

Egli, venendo in mezzo a noi, non si limita a condividere la nostra condizione umana. Sarebbe, certo, una cosa grande; ne avremmo molta consolazione, ma nessuna speranza verrebbe a illuminare la nostra vita. Egli, invece, ci porta tutta la novità della sua vita divina e in questo modo, facendoci entrare in essa, dà una prospettiva nuova alla nostra esistenza.

San Paolo, nella seconda lettura, ci aiuta ad entrare nelle ragioni profonde della gioia di questa notte: È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini (Tt 2, 11). Nella nascita di Gesù si è definitivamente manifestata la disposizione del cuore di Dio verso l’uomo: Egli ci ama e non ci abbandona nelle nostre miserie. Dio è venuto a visitarci, è venuto a salvarci, ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga (Tt 2,14). Accogliamo la vita nuova che egli ci regala in questa notte. Essa arriva a noi in modo discreto. Non fa violenza alla nostra libertà, ma si propone a noi e chiede di essere accolta. Possiamo rifiutarla, certo, ma la sua luce ci continua ad attrarre e ci aspetta. Se ci lasciamo attraversare dai suoi raggi, la nostra vita rinasce ed «emerge dalle profonde tenebre notturne quasi per un nuovo parto di luce» (cfr. San Massimo di Torino, Serm. 61b).

Cari fratelli e sorelle,

tutto il mondo aspetta la buona notizia del Natale. Non possiamo permetterci di tenere questa gioia solo per noi. L’angelo, che l’annuncia ai pastori, dice loro che essa è destinata a tutto il popolo (Lc 2,10). Anche il salmista ci ha esortati a partire per annunciare di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrare la sua gloria,
a tutti i popoli dire le sue meraviglie
(Sal 95,2-3).

Raccogliamo allora l’invito accorato che papa Francesco, facendo eco a queste parole della Sacra Scrittura, ci ha rivolto con l’esortazione apostolica Evangelii gaudium e facciamoci missionari di questa gioia: «siamo tutti chiamati ad una nuova ‘uscita missionaria’… Uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 20). Impariamo dai pastori che appena hanno saputo dall’angelo quanto era accaduto, si sono recati senza indugio da Gesù e da lì sono ritornati per annunciare a tutti quanto avevano visto e udito.

***

Omelia per la solennità del santo Natale (Tensostruttura di Guastalla, 25 Dicembre 2013)

Cari fratelli e sorelle,

come l’anno scorso, quasi all’inizio del mio ministero tra voi, anche oggi, solennità del santo Natale di Gesù, sono qui a Guastalla. È per me una dolce necessità e un dovere. Il dovere nasce dalla storia di questa Diocesi che è stata unita a quella di Reggio Emilia nel 1973 (in persona episcopi) e definitivamente nel 1986. La vostra chiesa madre è concattedrale, oggi purtroppo ancora chiusa a causa dei danni provocati dal terremoto. Ed è una dolce necessità essere qui per i legami di affetto che ho iniziato a vivere con le vostre comunità.

Non possiamo ancora celebrare in Cattedrale: questo ci parla del disagio che vivono tante persone segnate dalla crisi economica, dalle ristrettezze, dalla perdita del lavoro. Ci parla anche del mistero stesso del Natale, che è mistero di semplicità, di accoglienza e anche di rifiuto e di dolore.

Vorrei con voi, questa mattina, rileggere alcune espressioni del Prologo del Vangelo di san Giovanni che assieme abbiamo ascoltato.

È una sintesi di tutto il Vangelo, forse difficile alle nostre menti, ma che può dischiudere per ciascuno di noi la strada per vivere la realtà del Natale. Il Verbo si fece carne: cosa vuol dire? Chi è colui che nasce? Chi viene alla luce nel buio della notte invernale di Betlemme e illumina con la sua presenza discreta tutta quella regione?

È un bambino. Come milioni, miliardi di bambini nasceranno ed erano nati dopo e prima di lui. Un bambino indifeso, che nasce lontano dall’abitazione dei suoi genitori, che era a Nazareth, in Galilea, nasce nel nascondimento e nella povertà.

È un bambino vero, sarà un uomo vero, non una apparenza di uomo, come diranno alcune eresie dei primi secoli cristiani. Nello stesso tempo quel bambino portava dentro di sé una rivelazione inaudita che in tutta la sua vita cercherà di trasmettere. Attraverso le sue parole (Io sono: il buon pastore, la vita, la verità, la luce, l’acqua viva), attraverso le sue azioni, attraverso il fascino misterioso che emanava dalla sua umanità, dalla sua autorità e assieme dalla sua bontà. Un uomo che rimandava a una sorgente, a una origine. E che alla fine disse di essere il Figlio, il Figlio di Dio che invitava a chiamare con il nome di Padre.

Quel bambino era Dio, l’immenso e inconoscibile, che per soccorrere gli uomini, smarriti e dispersi a causa della loro debolezza e dei loro peccati, si è fatto lui stesso uomo, assumendo interamente la nostra umanità, è diventato uno di noi per essere vicino a noi in modo convincente e attrattivo.

Il Verbo si è fatto carne.

Colui che nasce oggi è anche colui che era in principio, che non è mai nato perché era Dio.

Questo è l’annuncio, è la realtà del Natale. In questo piccolo essere sta la luce per tutto il mondo. Una luce, quella del Natale, ancora modesta come dimensioni esteriori, ma destinata a crescere e a illuminare e ad essere vita per tutti gli uomini.

In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.

Questo bambino, così piccolo e indifeso, è il cuore del mondo. Il cuore del mondo non è Cesare Ottaviano, che pure governava quasi tutta la terra, non sono i filosofi o i vari sapienti dell’epoca, è Gesù. A lui, come attraverso fili invisibili, sono connesse tutte le creature. Lui è venuto per loro, poiché tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

Non possiamo nascondere il fatto che la storia di Gesù è anche una storia di sangue e di rifiuto. Il mondo non lo ha riconosciuto. Perfino i suoi non lo hanno accolto, il suo popolo per cui principalmente era venuto.

In questo giorno di Natale non possiamo dimenticare i nostri fratelli che soffrono la persecuzione a causa della loro fede. Con loro ci sentiamo strettamente uniti nella preghiera e nella speranza.

Nello stesso tempo ci uniamo a coloro che soffrono a causa della loro umanità calpestata. Soprattutto ai bambini: a coloro a cui è stato negato il diritto alla nascita, ai bambini che non hanno casa, non hanno nutrimento,, non possono andare a scuola, ai bambini sottoposti alle dure fatiche del lavoro, ai bambini-soldato, ai bambini violati nella loro innocenza, a quelli che hanno subito violenza, ai bambini che non hanno possibilità di cure mediche.

A tutti diciamo: il bambino Gesù ci invita ad avere cura dei bambini!

A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia.

Il Vangelo del Natale, che ci fa attraversare tutti i drammi del nostro tempo, ci invita infine a non disperare. Proprio il Natale è il segno più grande della speranza: Dio si è fatto uomo perché non vuole abbandonare l’uomo, ma salvarlo. Vuole donargli la sua vita immortale. Nello stesso tempo il Natale ci invita ad essere, nella nostra esistenza, testimoni di Gesù, a portare alla gente la sua luce: dare testimonianza alla luce. Sia questo il nostro frutto di Natale.

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