Laboratori cinesi lager in via Sardegna, capannone full time sequestrato. Ci sono voluti i morti di Prato per aprire gli occhi

7/12 – Quaranta lavoratori ammassate come bestie in un laboratorio-dormitorio cinese di via Sardegna. Il capannone, di proprietà di un italiano, è stato sequestrato ieri pomeriggio dopo un blitz della Polizia, dell’ispettorato del lavoro, dell’ Ausl e dei Vigili del Fuoco nel quadro dei controlli ordinati su tutto il territorio nazionale dopo la tragedia di Prato.

Nel laboratorio tessile (o meglio, più laboratori  contigui gestiti da cinesi sfruttatori dei loro connazionali) si lavorava e si viveva in condizioni definite “disastrose” dal vice Questore Capocasa. Laboratorio riscaldato con una stufa a legna, con rischi di intossicazione da monossido per i lavoranti. Stanzette-loculo divise da tende o pannelli di cartongesso e riscaldate con bombole di gas, dove vivevano intere famiglie con bambini, resti di cibo dovunque, materassi a terra. Inoltre mancanza totale di luci di emergenza, segnalazioni e materiali di primo soccorso. Tre dei lavoranti sono risultati in nero, uno è clandestino ed è stato espulso dal Paese. Ancora più grave il fatto che i laboratori lavoravano per un’importante azienda reggiana.

Insomma: tutto più o meno come vent’anni fa. E’ come se innumerevoli controlli, denunce, incidenti, inchieste siano passate come acqua fresca.

E’ annunciata l’istituzione di un tavolo permanente per il controllo degli opifici cinesi che dovrà coinvolgere anche le organizzazioni imprenditoriali. Ma l’importante che non siano grida manzoniane. Chiunque poteva vedere lenzuola, indumenti, vestiti di bambini stesi ad asciugare nel cortile del capannone: nessuno, fra chi ha il dovere di controllare, li aveva mai notati? O qualcuno ha chiuso entrambi gli occhi?

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Una risposta a 1

  1. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    08/12/2013 alle 21:06

    Magistrati, ispettori del lavoro, Polizia municipale, Guardia di Finanza …
    Già all’inizio del 2000 oltre 400 erano i laboratori del tessile a proprietà cinese, nella provincia di Reggio Emilia. Diverse migliaia i posti di lavoro persi, soprattutto per le nostre donne; questo quanto segnalavano i sindacati. Ebbi occasione di parlare con un ispettore del lavoro, il quale mi confermò che dai loro controlli emergeva sempre lavoro nero e cinesi clandestini. L’ispettorato di Reggio Emilia metteva i sigilli ai capannoni e alle macchine, ma dopo pochi giorni la società proprietaria veniva rimpiazzata da altra, i sigilli rotti e insomma tutto ricominciava come prima. “Abbiamo le mani legate”, mi disse, “non sappiamo come bloccarli”.
    “Ho io la soluzione”, gli risposi. “E quale?” “Obbligate l’Enel a rispettare la legge: niente allacciamenti elettrici (tutti di decine di kilowatt) niente contatori. Le macchine taglia e cuci, quelle per la maglieria, i ferri da stiro ecc, SENZA ELETTRICITA’ NON FUNZIONANO!”. Fui guardato come un alieno … nessuno ci aveva pensato ! Bene, come ogni artigiano e come ogni piccolo imprenditore sa, per aprire un’attività, oltre a una serie incredibile di permessi, ausl, camera di commercio, polizia municipale, comune ecc, occorre che l’enel o altro gestore, conceda la potenza elettrica necessaria. Per avere l’allacciamento serveono certificazioni,permessi e autorizzazioni … solo per gli italiani, e gli altri fanno come vogliono? No, anche per loro, ma quasi sempre ottengono di non presentare le carte necessarie.
    Tutti PESCI IN BARILE, sino a quando non arriva una strage? Ecco da chi siamo governati e tutelati, a tutti i livelli. Un saluto, demoralizzato, da un italiano onesto (specie ormai rarissima),
    Alessandro Raniero Davoli

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