Fratelli Cervi: incontro con Dario Fertilio a Vetto dopo il premio Acqui Storia. E Tadolini annuncia rivelazioni clamorose

7/12Dario Fertilio (scrittore, saggista, caporedattore delle pagine culturali del Corriere della Sera) torna oggi a Reggio Emilia per discutere ancora della sua “Ultima Notte dei Fratelli Cervi”, che ha vinto il prestigioso Premio Acqui Storia 2013 per la sezione romanzo storico. Autore e libro saranno festeggiati oggi pomeriggio, sabato 7 dicembre a Vetto (ore 15,30) nella sala Polivalente di viale Italia, a fianco della Biblioteca comunale. L’incontro è organizzato dall’associazione culturale Azzolini.
Intervengono Luca Tadolini, avvocato e storico, animatore del Centro Studi Italia, e il giornalista Pierluigi Ghiggini.
Ci sono almeno due buone ragioni per non perdere l’incontro con Fertilio. La prima è la reazione rabbiosa dell’Anpi contro l’Ultima notte: un romanzo (e prima di tutto va letto come un romanzo) che riprende le fila di versioni molto scomode e per questo espulse lubidrio da una vulgata ufficiale che comunque non ha retto alla prova del tempo. Reazioni che propiziano una riflessione a più voci sulla crisi  della storiografia ideologica e del fronte anti-revisionista.
La premiazione ad Acqui è stata contestata dall’Anpi di Alessandria con un volantino che accusa Fertilio di “revisionismo” (come se fosse un reato…) e di “insulto alla Resistenza”. E un iscritto all’Anpi di Prato ha persino querelato a Torino organizzatori e giurati del Premio Acqui per una sfilza di accuse incredibili: dall’attentato alla Costituzione sino al “peculato per distrazione” per arrivare al reato di “ricostituzione del partito fascista”. Viene da osservare che se i negazionisti venissero perseguiti con gli stessi metodi da loro usati contro i “revisionisti”,  rischierebbero mille volte di finire a mal partito davnti ai giudici. (Sulla questione dell’anti-revisionismo, leggere sotto l’editoriale di Libertates.com: “Come si demonizza un premio letterario fuori dal coro” di Mario Bernardi Guardi).

 

L’altro piatto forte del pomeriggio di Vetto saranno le novità, clamorose, emerse in una nuova fase di ricerche storiche sulla vicenda Cervi, tuttora in corso. L’avvocato Tadolini promette vere “bombe” da non perdere.

Ipotesi, circostanze, documenti e prove soppresse per decenni dall’accademia e dai guardiani della vulgata, escono  rafforzate in misura persino sorprendente dalle ricerche condotte negli ultimi anni e arrivate ormai a un punto cruciale. Prima di tutto, la figura controversa di Riccardo Cocconi, l’uomo “freddo e ragionatore” – come lo definì nel 1951 il prefetto Di Giovanni – il “doppiogiochista”, dirigente comunista e comandante partigiano, che secondo una testimonianza in possesso di Paolo Pisanò partecipò alla riunione per pianificare l’arresto dei Cervi (ne parla Luca Tadolini nell’intervento qui sotto).
Su tutto (nello scenario di un racconto che è anche paideia – storia di una crescita personale – e restituisce in modo magistrale ambienti, paesaggi, stati d’animo, dialetti, sentimenti, ragionamenti politici e persino il gelo e le nebbie della Bassa in quel tragico dicembre 1943) c’è la visione di Fertilio, investigatore della verità e delle malvagità dei regimi comunisti, che rifiuta in modo irriducibile il terrorismo come  strumento di battaglia politica e lascia sempre aperto uno spiraglio alla speranza della libertà.
Nuove ricerche su L’Ultima notte dei Fratelli Cervi di Dario Fertilio / di Luca Tadolini

Torna nel reggiano -7 Dicembre ore 15.30, Vetto – Dario Fertilio, il giornalista del Corriere della Sera autore del romanzo storico e dell’indagine “L’ultima notte dei Fratelli Cervi”, edito da Marsilio e recentemente premiato con il Premio Aqui Storia.

Un romanzo storico con una introduzione ed una conclusione che spiegano le fonti di quella che è una vera indagine storica in corso da decenni. Il tema è di interesse nazionale, un momento chiave della Resistenza in quanto è una delle porte che introducono al dramma della Guerra Civile 1943.1945.

Il punto è proprio questo, la fucilazione dei sette Fratelli Cervi da parte dei fascisti della Repubblica Sociale Italiana nasconde l’altra faccia della medaglia, quella che vedeva la compagine comunista manovrare per l’egemonia della lotta antifascista.

In questa logica, dal Partito Comunista scatta una operazione diretta a sacrificare il gruppo Cervi che ha un duplice obiettivo: imporre l’egemonia comunista fin dalla nascita della Resistenza ed imporre le uccisioni gappiste come metodo di lotta e, sull’altro lato,  scatenare la spirale attentato-rappresaglia fascista, l’orrore della violenza fratricida, una guerra civile dove far affogare nel sangue i fascisti e far emergere i comunisti come nuovi liberatori, padroni del territorio.

Per i Fratelli Cervi, “cheguevaristi” ante litteram, con il proposito di  accendere “fuochi” guerriglieri in montagna, non ci sarà scampo stretti fra i fascisti e la manovra comunista.

Nel libro di Dario Fertilio si riapre la ricerca storica su un uomo chiave di questa drammatica ipotesi: Riccardo Cocconi,  Miro.

Riccardo Cocconi, ufficiale dell’esercito, esponente della milizia fascista, infiltrato dal Partito Comunista nei primi apparati di sicurezza fascisti nell’autunno 1943. Qui Dario Fertilio recupera la testimonianza pubblicata dai giornalisti Giorgio e Paolo Pisanò: Riccardo Cocconi era alla riunione fascista la notte prima della cattura dei Cervi.

Questa testimonianza, pubblicata dai Pisanò nel libro Il Triangolo della Morte,  accompagnata da una poderosa documentazione sulla storia di Riccardo Cocconi,  è sempre stata lo spauracchio della storiografia resistenziale.  Contro questa testimonianza si fece di tutto: dalla commissione di alti esponenti della Resistenza per smentirla,  alle sassate in piazza del Monte quando Pisanò venne a Reggio a presentare il libro. Ma l’arma migliore fu la “conventio ad escludendum”, il mettere fuori gioco Pisanò semplicemente perché era fascista, quello bastò a fermare la ricerca storica. Non per sempre.

Dario Fertilio, cultura liberale, nessun trascorso fascista, ottima penna del Corriere della Sera, esamina la documentazione senza paraocchi ideologici, va da Pisanò si fa mostrare l’originale della testimonianza, viene a Reggio, raccoglie testimonianze ai Campi Rossi, a Campegine, esamina le ultime scoperte di archivio, e scrive.

Il libro ottiene un riconoscimento nazionale. E la ricerca storica non si ferma: chi aveva scritto la testimonianza ai Pisanò?  Chi aveva compiuto gli omicidi gappisti che provocarono la rappresaglia fascista  contro i Cervi in carcere? Chi sapeva che Riccardo Cocconi era un doppiogiochista e per questo chi sapeva venne ucciso? Ormai tutto sta venendo alla luce e presto il resto della storia diventerà carta stampata.

La storia dei Fratelli Cervi non è finita, i fascisti li fucilarono e fu un crimine, ma quella non era tutta la verità: forse i Cervi stanno per avere giustizia. E non solo loro. Luca Tadolini (Centro Studi Italia)

Acqui Storia: come si demonizza un premio letterario fuori dal coro / (di Mario Bernardi Guardi)

DA LIBERTATES.COM 

Ci sia consentito un “incipit” tutto d’impeto e che in qualche modo costeggia l’enfasi: noi crediamo nella libertà. E ci prendiamo la libertà di dirlo e di ribadirlo.

Ancora: noi vogliamo la verità. Dichiarazione “bella e impossibile”, dietro cui fa sempre capolino un Ponzio Pilato che chiede a Gesù messo in ceppi: “Che cos’è la verità?”.
Può darsi. Diciamo allora che senza inerpicarci sui frastagliati percorsi di morale, etica, teologia ecc. ecc.,
aspiriamo a verità piccole piccole, quelle che, ad esempio, possono venire da una ricerca storica serena, obbiettiva e spassionata. Oddìo, non è detto che ci si arrivi a ricostruire questo o quell’altro “fatto”, ma se ci si applica, “sine ira et studio” e con “intelletto d’amore”, possiamo per lo meno lavorare intorno a delle ipotesi, prospettarle, dibatterci sopra, ampliare uno scenario, provare a rispondere ad alcuni interrogativi e a porne altri, tenere desta la coscienza civile, lo spirito critico, la voglia di democrazia senza se e senza ma, al di là di tutte le ideologie, al di sopra e contro ogni nostra “riserva” personale, al di sopra e contro il nostro stesso “vissuto” col suo carico di bandiere, di scelte, di emozioni e il suo vario cromatismo bianco, rosso, nero o come vi pare.
Se ci impegniamo a “fare” la storia, dobbiamo avere il coraggio di farla, sentire il dovere di farla, anche contro noi stessi, anche contro, per dirla con Franco Cardini, gli “antenati” che ci siamo scelti. Perché, per carità, è legittimo “proiettare” noi stessi in quello o quell’altro campo e quindi scegliere la parte di Ettore o quella di Achille, degli spartani o degli ateniesi, dei romani o dei cartaginesi, dei giacobini o dei vandeani, dei sabaudi o dei borbonici, dei pellerossa o dei cowboy, dei partigiani o- possiamo dirlo?- dei fascisti; ma è illegittimo deformare, uniformare, enfatizzare quel che ci fa comodo, minimizzando o ignorando quel che ci disturba. E non è cosa simpatica rimuovere, nascondere, imporre verità di partito, scendere in campo lancia in resta contro chi si permette di discutere questo o quell’aspetto della “vulgata”, urtando la sensibilità degli arcigni e permalosissimi “gendarmi della mamoria” (per usare un’espressione di Giampaolo Pansa).
A tutti i custodi delle verità rivelate- e a costo di farli arrabbiare ancora di più- noi diciamo: stiamo dalla parte della revisione. E che nessuno provi a intimidirci utilizzando il terrorismo verbale. Noi siamo con Renzo De Felice che scrive: “Per sua natura lo storico non può che essere revisionista, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi predecessori e tende ad approfondire, correggere, chiarire, la loro ricostruzione dei fatti (…). Lo sforzo deve essere quello di emancipare la storia dall’ideologia, di scindere le ragioni della verità storica dalle esigenze della ragion politica” (Cfr. “Rosso e nero”, a cura di Pasquale Chessa, Baldini&Castoldi, 1995, p. 17 sgg.).
Questo vale anche quando, più che mai quando, si parla e si scrive di Resistenza. Sempre De Felice: “ La Resistenza è stata un grande evento storico. Nessun ‘revisionismo’ riuscirà mai a negarlo. Ma la storia, al contrario dell’ideologia e della fede, si basa sulla verità dei fatti piuttosto che sulle certezze assolute. Descrive il mondo come è stato, non come si vorrebbe che fosse stato. Una ‘vulgata’ storiografica, aggressivamente egemonica, costruita per ragioni ideologiche (legittimare la nuova democrazia con l’antifascismo), ma usata spesso per scopi politici (legittimare la sinistra comunista con la democrazia), ha creato, invece, una serie di stereotipi che ci hanno impedito di dipanare quell’intricata matassa in cui si aggrovigliano i nodi irrisolti degli ultimi cinquant’anni: la sconfitta dell’Italia e la crisi dell’identità nazionale, il ruolo decisivo per la vittoria degli eserciti inglese e americano e le fustrazioni dell’antifascismo, i limiti militari della Resistenza e la realpolitik del partito comunista e del partito cattolico, l’inconsistenza storica della monarchia e l’inadeguatezza etico-politica della borghesia…(op. cit., pp.45-46, sgg.).
All’elenco di De Felice ci permettiamo di aggiungere: le “resistenze” nella Resistenza; la Resistenza come “guerra civile”; il conflitto, all’interno del “fronte rosso” tra i comunisti d’obbedienza PCI e gli “irregolari”; il prolungento della “resa dei conti”- e non solo con fascisti o presunti tali, ma anche con “compagni che sbagliavano”- dopo la Liberazione e fin quasi al ‘48…
Ci fermiamo qui, anche se i “materiali” su cui lavorare sono molti, molti di più.
Bene, a questo punto chiediamo: quanto abbiamo osservato è “giusto”?
E’ “giusto” che un premio storico, ai cui giurati arrivano un bel po’ di saggi variamente dedicati al Novecento e dunque anche al Fascismo e alla Resistenza, ne tenga conto? E’ giusto che il Premio Acqui Storia, intitolato alla memoria della Divisione Acqui che, a Cefalonia e a Corfù scrisse la prima pagina della Resistenza, si ispiri ai suddetti criteri di “revisione” (lo ripetiamo ancora: chi vuol crocifiggere gli altri alle parole terroristiche, di fatto crocifigge se stesso alle proprie paure)? E’ giusto che si diano dei riconoscimenti a chi si è più segnalato per intelligenza, obbiettività, capacità di rielaborazione critica, gusto della ricerca anche “scomoda”, serena volontà di confronto e di dibattito?
Ovviamente, per qualcuno non è giusto.
Ad esempio, per l’ANPI di Alessandria. Che ha elevato una vibrata protesta contro il Premio Acqui Storia, Edizione 2013, accusandolo, ma guarda un po’, di revisionismo. Lo stesso ha fatto con tanto di denuncia alla Procura Distrettuale di Torino un certo Fulvio Castellani di Prato, cinquantenne ed anche lui dell’ANPI (dove c’è posto per gli ex- che hanno fatto la Resistenza- e per i neo-, che non l’hanno fatta perché non avevano l’età, ma, potendo, la farebbero), il quale- facendo leva su avvocatesche competenze- ha ipotizzato per organizzatori e giurati del Premio le accuse più pesanti, dalla diffamazione della Resistenza all’attentato alla Costituzione, dalla ricostituzione (“con metodi raffinati”) del disciolto partito fascista al “peculato per distrazione”.
Addirittura! Sì, perché “i fondi pubblici ricevuti per organizzare un premio comunque a impronta antifascista sarebbero stati autorizzati per assegnare riconoscimenti ad autori di testi di inclinazione del tutto opposta” (Cfr. P.C., “ Quel libro disonora i sette fratelli Cervi e io querelo gli organizzatori del Premio”, “La Nazione”, Cronaca di Prato, 27-10-13).
Ex-partigiani e neopartigiani contro neofascisti, insomma.
Ma chi sono questi “neofascisti”?
Cominciamo da quello contro cui Castellani sembra avercela di più. E cioè Dario Fertilio, responsabile delle pagine culturali del “Corriere della Sera” e vincitore nella sezione del romanzo storico con un libro che, coniugando documenti e intreccio narrativo e ripercorrendo itinerari su cui si erano già mossi altri cercatori (tra cui un “bieco fascista” come Giorgio Pisanò), ipotizza che dietro la fucilazione dei sette fratelli Cervi, comunisti, sì, ma “disorganici”, cristiani e non violenti, possa esserci la mano del PCI, duro e puro nella sua ferrea ortodossia (“L’ultima notte dei fratelli Cervi”, Marsilio).
Il che fa arrabbiare Fulvio Castellani che così si indigna sulla citata “Nazione”: “ I fratelli Cervi furono uccisi con fucili e pallottole fasciste. Che si riscriva la storia- romanzandola quanto si voglia-, mi pare un’operazione scorretta. Se poi a quel libro si attribuisce un premio letterario, nato nel solco di una chiara etica resistenziale, no, non potevo proprio far finta di niente”. Castellani evoca Cefalonia, ricordando che il Premio “sorse nel ’69 in ricordo di quell’eccidio e con un’impronta chiaramente resistenziale, antifascista” e ulteriormente si indigna notando:” E invece vedo premiato un testo che-sia pur romanzato- getta discredito sui fratelli Cervi, mettendone in dubbio l’appartenenza, se non al comunismo, almeno al socialismo. Loro, contadini, il socialismo lo praticarono nel lavoro, nella vita quotidiana”.
Invece Fertilio “riconduce i fratelli Cervi nell’ambito dell’anarchismo, li descrive come insofferenti all’ordine e alla gerarchia che la Resistenza imponeva. Azzarda che la loro esecuzione- che non nega essere avvenuta per mano fascista- avrebbe rappresentato una punizione indiretta di fronde ribelli interne alla Resistenza. No, i Cervi sono un punto fermo della storia e non è accettabile nessuna rilettura”.
“Non è accettabile”? Ma, caro Castellani, non si accorge che qui siamo alla censura, all’”ipse dixit”, alla didattica di regime? Cosa vuol dire “un punto fermo della storia”? Che quel che si è dato per “buono” una volta, creando un mito e poi via via rielaborandolo a seconda delle opportunità politiche, deve essere considerato “sacro e inviolabile”? Ma lei non ha mai sentito parlare di “fronde ribelli all’interno della Resistenza”? Si è mai informato su come agiva il PCI d’obbedienza moscovita nei confronti degli “irregolari”, anarchici, anarcoidi, trotzskisti o comunque non inquadrabili, a partire dalla guerra civile spagnola in poi? Ancora: Fertilio “toglie” qualcosa all’eroismo antifascista dei fratelli Cervi, se si sforza di illuminare qualche zona d’ombra relativa al modo con cui furono catturati? Toglie qualcosa se ipotizza che, nella strategia della guerra civile, il loro martirio servì “politicamente” al PCI?
Andiamo avanti. Un altro neofascista sarebbe Maurizio Serra, attualmente ambasciatore d’Italia all’UNESCO, premiato nella sezione storico-scientifica come autore di uno scintillante profilo di uno scintillante personaggio-Curzio Malaparte: un saggio (“Malaparte. Vita e leggende”, Marsilio) che, apparso in prima edizione in lingua francese, è stato premiato col Goncourt: e scusate se è poco. La colpa di Serra? Secondo i compagni dell’ANPI +Fulvio Castellani, è quella di essersi consacrato alla biografia celebrativa di un fascistone, per di più spione e doppiogiochista, al servizio di tutti quelli che, di volta in volta, gli facevano comodo
Ora, Malaparte fu “di tutto e di più”. Un Narciso geniale, valorizzatore e dissipatore degli infiniti talenti che gli aveva dato Madre Natura, fascista e antifascista, comunista e anticomunista, militante sotto le più svariate bandiere, soldato valoroso, intellettuale trepidante e timoroso di perdere le sue rendite di posizione, confinato di lusso, forse collaborazionista, forse spia, sicuramente grande investigatore nella carne e nello spirito, nel sangue e nelle viscere del Novecento e grande narratore della sua fastosa e atroce decadenza. Per un personaggio del genere, ci voleva uno che rifiutasse gli “esercizi di ammirazione”, ma fosse comunque consapevole di accostarsi a una figura cruciale nell’”interventismo culturale” dello scorso secolo. Ci voleva Maurizio Serra, insomma. Bene, provate a dirlo a Castellani. Il nostro neopartigiano, ignorando che nel libro di Serra, tra le testimonianze in appendice di “simpatizzanti” malapartiani c’è anche quella di Giorgio Napolitano (il Presidente rievoca i contatti tra il PCI- in prima linea, Palmiro Togliatti- e Malaparte, al tempo dell’armistizio e nel primo dopoguerra)- se la prende con uno dei capitoli finali della “Pelle” dove Malaparte “esalterebbe” i giovanissimi franchi tiratori fiorentini che “sparavano sulla gente dai tetti dopo essere stati lasciati soli dai tedeschi e dai gerarchi fuggiti dalla città”. Insomma, Malaparte- che allora non aveva scelto la RSI ma stava dalla parte dei liberatori, risaliva la Penisola con loro e indossava una divisa americana- sarebbe un fascista o giù di lì perché presenta dei ragazzi e anche una ragazza che vanno incontro alla morte (fucilati dai partigiani sui gradini di Santa Maria Novella) pieni di spavalderia e sbeffeggiando chi spara loro addosso. Sembra di capire che se Curzio avesse presentato dei luridi “topi di fogna”, schifosi e piagnucolosi, che implorano per esser salvati, a quest’ora la materia del contendere non ci sarebbe.
E invece quei fascisti con la loro “bella morte”! Uno scandalo!
Ci fermiamo qui, saturi di un “politicamente corretto” che ci dà il voltastomaco. Chi ha avuto la pazienza di leggerci tenga però presente che tra i neofascisti premiati dai revisionisti dell’Acqui Storia e ovviamente contestati dall’ANPI e dal Castellani compaiono altri due loschi figuri: Giampaolo Pansa, Testimone del Tempo, e Franco Cardini, Premio alla Carriera.
Magari ne parleremo alla prossima puntata.

Mario Bernardi Guardi

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