“Siamo tutti puttane”. Contro il sessualmente corretto e l’idea puritana di vita

“Amiamo libertà, letteratura, intimità. Ma queste cose sono in pericolo quando lo Stato si occupa delle nostre natiche”. No al sessualmente corretto

“In materia di prostituzione siamo credenti, praticanti o agnostici. Alcuni di noi sono andati, vanno o andranno a puttane. Noi amiamo la libertà, la letteratura, l’intimità. Ma tutte e tre queste cose sono in pericolo quando uno stato decide di occuparsi delle nostre natiche. Oggi la prostituzione, domani la pornografia, cosa sarà proibito  dopo domani? Non cederemo alla lega dei virtuosi che ce l’hanno con le donne e con gli uomini di poca virtù. Contro il sessualmente corretto, vogliamo vivere da adulti. Per questo tutti insieme proclamiamo: “Touche pas à ma pute!”

E’ l’appello lanciato sul mensile Causeur da Frédéric Beigbeder e altri 342 “salauds”, farabutti figli di puttana, contro una legge in discussione in  parlamento la prossima settimana con cui il governo socialista intende ridurre e abolire la prostituzione, perseguendo  i clienti e rieducando i recidivi.  E come ogni volta che nella storia di Francia c’è un’ondata puritana e giacobina,  riemerge lo spirito libertino di cui lo stesso Marx riconobbe l’importanza per la futura emancipazione del proletariato: l’appello dei salauds risuona quasi come un proclama rivoluzionario, sa di de Sade nel manicomio di Charenton, e ha già sconquassato l’establishment, mettendo donne contro donne, femministe contro femministe, intellettuali contro intellettuali.

Beigbeder in fondo ha il profilo di un Sade dei giorni nostri. E’ un marginale, uno che ha lavorato nella pubblicità ed è diventato famoso divulgandone e denunciandone le tecniche, giornalista e conduttore televisivo dalle alterne fortune,  brillante più nell’animare i locali notturni alla moda che come scrittore, riconvertito poi in editore: straconosciuto nella Parigi di notte è ignoto in quella di giorno, dei ministeri, della politica che conta. Vive dunque in un altro mondo rispetto ai dignitari di partito, alle ministre Najat Vallaud-Belkacem e Marisol Touraine,  alle femministe dei loro entourage, alla santa alleanza che vuole fortemente la legge, “perché le vittime sono sempre donne e i clienti sono sempre uomini”.

Beigbeder e i salauds pensano che con il pretesto di proteggere le donne il ministro il governo lo stato vogliono condurre una guerra contro gli uomini considerati tutti come potenziali delinquenti sessuali, rivendicano di non essere i frustrati, perversi psicopatici descritti dai partigiani di una repressione trasformata in battaglia femminista, “perché che ci succeda o no di pagare per delle relazioni sessuali, mai faremmo a meno del consenso dei partners”. Che la legge sia una dichiarazione di odio contro i maschi, ne è convinta anche Elisabeth Badinter, femminista troppo storica e critica per fare tendenza fra le donne.  L’appello condanna la violenza, lo sfruttamento e il traffico di essere umani, chiede allo Stato di fare tutto il possibile contro i reseau di trafficanti e prosseneti. Ma non vogliono che si limiti la libertà individuale di vendersi e di comprarsi, che si tolga anche all’uomo timido, frustrato, insicuro della propria sessualità la possibilità di soddisfare un desiderio.

L’abolizione della prostituzione è posizione ufficiale della Francia dal 1946, affernazione in sè insignificante tant’è che fino ad oggi è rimasta mera dichiarazione di principio, per altro non esclusiva della sinistra, anche Nicolas Sarkozy la agitò per qualche settimana ma non ne fece nulla. C’è voluta la congiunzione astrale tra un presidente socialista debole, un partito  come al solito con poche idee e ministri in lite permanente per piegarsi alla dittatura della maggioranza femminista e partire in  crociata.  Con uno spirito di sinistra, quindi pruriginoso ed eminentemente sessuofobico. Sylviane Agacinski,  punto medio del femminino di sinistra, non per aver scritto “Il corpo in briciole”, ma per essere stata allieva di Gilles Deleuze, aver avuto un figlio da Jacques Derrida ed essere da venti anni moglie di Lionel Jospin, l’ex leader socialista, così vede sesso e prostituzione in un’intervista sul Monde: “I clienti dicono di fare ricorso alla prostituzione per soddisfare fantasie che ripugnano alle loro compagne. Consultate su internet le tariffe dei servizi sessuali, al di là degli atti abituali, prestazioni come la doccia di urina o di sperma sul volto della lavoratrice sessuale, … il commercio della carne è una negazione della persona”. Ma come, non ha nessuna amica che faccia giochi d’acqua, pratichi piogge dorate, nessuna Nora Joyce che  sotto la trapunta faccia quelle deliziose puzzette che mandavano in estasi il grande marito?

Ad avere problemi con il corpo semmai, ad essere terrorizzati dalla sessualità per un riflesso antico, sono proprio gli intellettuali, specie strana di uomini e donne che alligna tra Francia e Italia e di cui abbiamo colto l’essenza  anche in aule di tribunale, dove rimbombano definizioni alte come sistema prostitutivo. Da cui scapperebbe di corsa Morgane,  giovane leader dello Strass, il Sindicato dei lavoratori sessuali, che difende a spada tratta sesso e pornografia  come libera scelta non incompatibile con l’amore. Ci voleva l’ostinazione di questo inossidabile “blocco storico” fatto di benefattrici dell’umanità, femmine pure di spirito, donne e uomini autoconvinti di essere depositari del bello, del vero e del giusto per arrivare a tanto:  a fare dei clienti di prostitute non solo tipi socialmente pericolosi da punire ma anche uomini da rieducare, genomi da modificare, macchine in palla da resettare. I marciapiedi di Saint Denis e il Bois di Boulogne saranno le nuove frontiere della pedagogia femminista.
Il numero dei firmatari dell’appello di Beigbeder non è casuale: evoca uno storico numero del 1971 del Nouvel Observateur in cui altrettante donne si denunciarono come puttane, “salopes”,  per aver abortito, dando così un contributo decisivo a far passare nel parlamento e nel paese la legge Veil sull’interruzione volontaria di gravidanza. La provocazione del  1971 fu recepita e usata dalla politica perché allora aveva idee e uomini e donne in grado di battersi per esse. Nel mediocre, paranoico panorama di oggi, la provocazione libertina di Causeur è destinata a svaporarsi, a rimanere minoritaria. Nonostante le adesioni raccolte, Antoine, lo stesso con meno capelli e più barba che mezzo secolo fa si lamentava perché gli tiravano le pietre, Mireille Darc o Charles Aznavour.  E Catherine Deneuve : lei che il mondo intero amò come puttana  di giorno e i francesi  scelsero come Marianne, prima icona di una République che oggi sta passando di moda.

(Lanfranco Pace, “Il Foglio”)

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