Allarme amianto, cento capannoni bonificati male. Avvocato denuncia: operai e famiglie a rischio

L’avvocato Andrea Santachiara ha denunciato una situazione di preoccupante irregolarità nel settore dello smaltimento dell’amianto, venuta a galla a Reggio Emilia a seguito di una causa per questioni retributive intentata da alcuni lavoratori.

La denuncia disegna un quadro preoccupante: non c’è soltanto il rischio corso da cinque lavoratori addetti alla rimozione delle coperture di amianto, ma c’è anche il fatto che frammenti del pericoloso minerale sarebbero rimasti nelle strutture metalliche sospese che sorreggono i tetti dei capannoni. Questo da cinque anni a questa parte, e in circa un centinaio di strutture  sparse nel reggiano e in altre province limitrofe.

L’avvocato Santachiara ha aggiunto che né l’Arpa, né il Corpo Forestale dello Stato, né l’Usl e neppure l’Inps hanno preso provvedimenti dopo la segnalazione che fatta dal legale. Ora sta studiando di fare direttamente un esposto alla procura della Repubblica.

Quattro operai, moldavi e romeni, fra i 30 e i 45 anni, il più esperto con cinque anni di lavoro in una ditta reggiana specializzata nelle bonifiche di coperture in amianto, si erano rivolti all’avvocato Santachiara al fine di ottenere un’indennità pari a un decimo dello stipendio che gli spettava di diritto. La causa di lavoro è già davanti al giudice, e un’altra udienza è fissata per chiedere il sequestro preventivo dei beni della ditta, considerate le complicate intestazioni dei beni, immobiliari e non.

Ma dalla descrizione che i quattro hanno fatto del loro lavoro sono emerse cose che hanno fatto sobbalzare il legale. La rimozione dell’amianto, infatti, deve seguire precise procedure. Le lastre devono essere prima trattate con una particolare vernice che impedisce il distacco delle microfibre, poi vanno sigillate e portate in apposite discariche. Gli addetti a queste operazioni devono essere protetti con tuta, mascherina, guanti, occhiali. Terminata la rimozione, devono farsi una doccia e cambiare la tuta prima di risalire per montare la nuova copertura.

Queste procedure, ha sottolineato l’avvocato, non sono state rispettate, e durante tutte queste operazioni era presente il responsabile e titolare dell’azienda. Le tute non venivano cambiate, non si facevano le docce, gli indumenti di protezione passiva non sempre c’erano. Situazioni che sono documentate da fotografie che i quattro hanno consegnato all’avvocato Santachiara.

Foto che documentano anche altre violazioni alle leggi della normale tutela contro gli infortuni, tipo ponteggio di protezione montato direttamente attorno ala copertura, e non dal basso, utilizzando un cestello elevatore. Questo riguarda i rischi che hanno corso (e che corrono, perché il sistema non è cambiato) i quattro lavoratori che si sono rivolti al legale, più un quinto che non lo ha fatto.

Ma ci sono i rischi per la popolazione. Le foto documentano infatti che frammenti di amianto staccatisi nel tempo, o durante le operazioni, sono rimasti sul posto, o ricoperti dall’isolante del nuovo tetto e negli incavi a V delle struttura metalliche che sorreggono il tetto. Sotto questi frammenti c’è gente chi lavora, e attorno ci abitano persone. Le microfibre d’amianto uccidono lentamente (anche se ci sono persone arrivate in tarda età dopo aver maneggiato l’amianto per decenni e senza alcuna protezxione: ma è una questione genetica). Il mesotelioma pleurico può avere tempi di latenza di anche trent’anni e più.

Per questo l’amianto è considerato pericolosissimo e va rimosso con tutte le cautele. Ma basta girare per le campagne  per vedere  ammassi di lastre abbandonate all’aperto.

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