Senza inflazione non c’è speranza

denaroCaro Reggio Report,

il macigno del debito pubblico non potrà mai essere spezzato e faticosamente ridotto, possibilmente in frammenti, senza uno choc da svalutazione, a costo di rischiare una “scimmia” inflazionistica duratura.

L’antica ricetta democristiana, praticata tuttora con successo da Us-Gb-Giappone, ha non poche controindicazioni, tuttavia resta imbattuta e imbattibile: l’hanno studiata a fondo persino in Giappone.

Purtroppo l’Italia ha il non trascurabile problema di non possedere più una moneta e nemmeno di non potere esercitare un controllo su di essa. Di conseguenza il cane si morde la coda: a causa di un euro deflattivo il nostro debito aumenta, e con esso il costo del servizio, determinando nuova recessione e ulteriore aumento del debito, emerso o sommerso che sia.

Prima o poi, anzi assai prima che dopo, la classe dirigente di questo Paese non potrà più rinviare una scelta di fronte al dilemma se cambiare/lasciare questo euro (o almeno accompagnarlo con una moneta-b) oppure condannare la nostra economia del nord a un punto di non ritorno. E dovranno deciderlo in una notte: faccio notare che ferragosto è vicino…

Si potrebbe anche rispolverare il modello genovese del Rinascimento, che funzionò per secoli a meraviglia: la privatizzazione di una parte del debito attraverso un’entità oligarchica (all’epoca l’Officio di San Giorgio) di fatto compenetrata con lo Stato. Del resto oggi gli oligarchi il potere stringi stringi lo detengono già: e allora si gestiscano anche il debito, almeno una parte di esso. Ma sarebbe troppo innovativo per l’Italia, l’Europa e i politici di oggi, e certamente cambierebbe il senso della nostra democrazia.

Non resta dunque che una spirale inflazionistica con tutti i suoi rischi: ma sempre meglio inflazionati che morti.

Nondimeno una politica coraggiosa di tale tenore non può fare a meno anche del suo apparente opposto, vale a dire la virtù del risparmio e dei tagli per un ineludibile rientro programmato dal debito.

Perchè in fondo il problema non è l’Italia in sè, quanto la nostra condizione rispetto all’insostenibilità globale del debito occidentale. Provate a fare i conti, e vedrete che il debito pubblico complessivo di Usa, Europa con Polonia e Turchia, Regno Unito e Giappone equivale al 50% del Pil mondiale e a circa NOVE VOLTE il Pil del continente africano. Non esiste risparmio privato mondiale in grado di finanziare ancora per lungo tempo un mostro del genere.

L’Italia è un’emergenza non in sè, ma piuttosto come anello debole della catena europea appesantita da un euro fondamentalmente sano, moneta di un’area economicamente più forte degli Usa, però troppo rara per diventare moneta di scambio generale e per poter sostenere la ripresa economica. E’ come avere un lingotto d’oro da un quintale e cercarlo di vendere a una platea di piccoli esercenti: non ci riusciremo se non spezzettandolo, e allora potremmo anche aumentarne il prezzo.

A una fase inflazionistica, con l’euro o senza euro, tuttavia legata a doppio filo a virtù austere, non c’è alternativa.

(Marco Stretto)

Caro Marco, grazie.
Pseudonimo o no, condivido dalla prima all’ultima riga la tua analisi. (p.g.)

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