Delitto Rombaldi, entrano in scena tre super-periti. E nessuno indaga sulla pista Olp

Delitto Rombaldi, sempre più difficile. Il processo contro l’ex vigile Pietro Fontanesi, accusato dopo vent’anni del delitto e difeso dagli avvocati Giancarlo e Giovanni Tarquini arranca tra le evidenti difficoltà della Procura: non c’è movente e, dopo le conclusioni del perito del Tribunale, nemmeno una parvenza di prova a carico di Fontanesi. Ancora una volta viene da chiedersi perché venga completamente trascurata la pista – che meriterebbe approfondimenti accurati – che porta verso la Palestina. Secondo voci mai sopite, Rombaldi sarebbe stato ucciso perché avrebbe riconosciuto al Santa Maria Nuova un terrorista palestinese ricoverato sotto falso nome. Proprio nel periodo del delitto era in corso uno scontro sanguinoso nell’Olp, iniziato con l’attentato ad Arafat nel maggio 1992, con morti e regolamenti di conti in mezza Europa.

Ma torniamo al processo: proprio di fronte al vacillare delle proprie tesi, la Procura aveva chiesto una superperizia sui proiettili sparati contro il dottor Carlo Rombaldi e sulla pistola Smith & Wesson che appartenne a Fontanesi. E lunedì, dopo oltre tre ore di camera di consiglio, la Corte di assise ha accolto la richiesta: si procederà con una perizia collegiale – ha detto il presidente Francesco Caruso – per arrivare a una risposta univoca di fronte ai risultati contrastanti fra la perizia della Procura (realizzata dalla Polizia Scientifica di Roma) e quella disposta dal Tribunale, affidata a un ufficiale superiore dei Carabinieri del Ris di Parma. Nell’udienza precedente, la Pm Pantani aveva attaccato con veemenza l’ufficiale del Ris, tanto da essere richiamata dal Presidente Caruso.

La superperizia sarà affidata a Martino Farneti di Parma, Gianfranco Guccia di Padova e Claudio Gentile di Messina, tre esperti di fama nazionale ai quali l’incarico sarà ufficialmente conferito nell’udienza del 28 ottobre.

Nel contempo la corte ha respinto la richiesta, avanzata dal Pm e dalle parte civili, di ascoltare come testimoni il sostituto procuratore della Repubblica Valentina Salvi e il capo della mobile Domenico De Iesu, i quali aveva ricevuto una confidenza  dall’avvocato Carmelo Cataliotti. Due persone si erano rivolte a lui preoccupate  per i rilievi balistici in corso sui proiettili:  l’arma che li aveva sparati apparteneva (o era appartenuta) a uno dei due. Sulla visita in studio di questi due misteriosi personaggi aveva testimoniato, nella precedente udienza, lo stesso avvocato Cataliotti, che non ricordava bene la data (1994 o 1995) ma ha escluso che uno dei due fosse Fontanesi. La corte ha ritenuto che dalle due testimonianze proposte non avrebbero potuto derivare approfondimenti di quella già resa dal noto legale reggiano. Esse, ha motivato Caruso, “potrebbero dare conferma del fatto di una propalazione, peraltro generica ed irrituale”, ma non direbbero nulla “sul fatto centrale che si deve provare, l’essere cioè l’imputato autore del delitto. Questo perché le dichiarazioni del professionista non consentono alcun ulteriore approfondimento su come lo stesso sia potuto pervenire alle sue dichiarazioni e sul fondamento del contenuto delle stesse”.

Siamo così a un passaggio comunque decisivo di un processo si gioca sulla possibilità di dimostrare o meno che le pallottole che uccisero il medico reggiano siano state sparate dalla Smith and Wesson sequestrata a Fontanesi. La perizia d’ufficio, realizzata su 36 proiettili sparati (contro uno solo della perizia dell’accusa) sostiene di no.

La corte ha preso atto del  “radicale contrasto, di merito e di metodo”, tra le conclusioni dei consulenti ed il perito, appartenenti ad organismi di polizia scientifica tra i più eminenti, ovvero polizia di Stato e carabinieri. Contrasto che «non tranquillizza sull’effettiva possibilità di pervenire ad una conclusione ragionevole, e non è relegabile ad una ragionevole e fisiologica  diversità di opinione tecnico scientifica. Di conseguenza è necessario stabilire quale delle due indagini sia tecnicamente e scientificamente corretta e quale debba essere invece ritenuta radicalmente infondata sotto il profilo del metodo e del merito”. Una questione netta, quindi: una deve essere giusta, l’altra errata».

Il presidente Caruso ha ricordato che la perizia d’ufficio, fatta dal Ris di Parma, aveva escluso “la stessa possibilità di pervenire ad un giudizio concludente”, mentre l’altra, fatta dalla Polizia Scientifica, concludeva affermando che i proiettili in questione erano usciti dalla canna della pistola di Fontanesi. In sintesi, la principale divergenza tra le due perizie riguardava la valutazione sulle macrotracce e sulle microtracce, che sono poi i segni che le irregolarità inevitabili della canna rigata imprimono sulla superficie dei proiettili. Entrambe  avevano concluso che queste non c’erano, o comunque non erano significative. Ma la polizia scientifica sostiene che sono significative le microtracce, mentre per il Ris non lo sono.

(Pierluigi Ghiggini)

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