Credito, ma dov’è la ripresa? La stretta ci soffoca, e i piccoli pagano i “puffi” dei grandi

Il linguaggio delle cifre è spesso difficile da interpretare, ma in questo caso parlano chiaro. Piccole e imprese e famiglie pagano a caro prezzo le nuove regole bancarie di Basilea, la relativa fragilità dei grandi istituti e – Reggio è un caso particolare – il sostegno “disperato” offerto al settore delle costruzioni, soprattutto alle grandi imprese cooperative che alla fine non hanno potuto far altro che gettare  la spugna inchiodando centinaia di milioni di crediti in capo alle banche.

Nonostante segnali di allentamento dei cordoni del credito, dopo l’annus horribilis del 2012, a Reggio continuano a diminuire gli impieghi delle banche verso Pmi e famiglie: secondo i dati di Bankitalia erano 23,6 miliardi di euro a fine agosto 2001, e dopo due anni sono calati a 21,2 miliardi. Sono proprio i grandi istituti ad aver usato la scure, dimezzando in due anni il monte prestiti, arrivato in estate al minimo di  2,7 miliardi. Un taglio brutale in parte compensato dalle banche di piccole e medie dimensioni, che nel complesso hanno mantenuto il livello dei dei crediti (dimostrando che il legame con il territorio conta ancora, eccome se conta).

Di fatto la stretta a Reggio continua in modo vistoso, ed è un guaio perché questo significherà, alla fine, un’ulteriore riduzione della base industriale, meno investimenti e più disoccupazione. Ma bisogna tener conto che anche gli istituti devono fronteggiare un livello di insoluti, sofferenze, incagli che non ha precedenti. A quelli delle famiglie, che quando non hanno più oro da vendere cessano di pagare mutui e prestiti, qui si aggiungono la quantità enorme di finanziamenti bloccati nell’edilizia e in particolare nei concordati delle grandi coop di costruzioni (che trascinano con sé anche  migliaia di subappaltatori e fornitori non pagati, i quali a loro volta non pagano le banche).

Ennesima conferma che la crisi di Reggio ha dimensioni strutturali, e che molti guai derivano, anche in modo indiretto, dal circuito perverso dei rapporti tra economia e politica.

(p.l.g.)

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