L’addio dei reggiani a Giancarlo Ambrosetti. Fausto Zevi:
“Un genio mal ricompensato”

ambrosetti

Un genio. Una persona fuori dell’ordinario, mai banale neppure nelle piccole cose. Burbero e dal carattere spigoloso, ma profondamente buono e pronto ad aiutare i giovani. Un genio che non ha ricevuto in vita i riconoscimenti che avrebbe meritato: eppure a lui si devono acquisizioni fondamentali sull’espansione etrusca del Nord, a lui Reggio deve la fama nazionale e internazionale dei suoi Civici Musei.

Così è stato ricordato nel pomeriggio il professor Giancarlo Ambrosetti, dal 1968 al 1998 direttore dei Musei reggiani e della Galleria Parmiggiani, archeologo e storico dell’arte di fama nazionale che rinunciò a una brillante carriera accademica per ricostruire le istituzioni culturali reggiane.

Una folla di amici, allievi ed estimatori si è stretta ai famigliari per applaudire e tributare l’ultimo saluto allo scomparso nella cappella delle Camere Ardenti del Santa Maria Nuova. Di lui e  della sua opera hanno parlato, in un clima di commozione, gli allievi Attilio Marchesini, Nicola Cassone e James Tirabassi, diversi amici personali e infine il professor Fausto Zevi, nome fra i primi dell’archeologia italiana che a più riprese lo ha definito, appunto, “un genio”: giudizio, ha detto, condiviso dal direttore generale delle antichità italiane, Luigi Malnati.

La capacità enciclopedica di Ambrosetti era proverbiale anche nel mondo accademico: Zevi ha rivelato che scrisse in una sola notte la sua tesi di laurea, in modo superlativo, su un tema di grande difficoltà assegnatoli da Bianchi Bandinelli.

L’assessore Mimmo Spadoni è intervenuto a nome dell’amministrazione comunale, esprimendo la “riconoscenza” della città per l’opera svolta da Ambrosetti in trent’anni di direzione dei Musei, poi  continuata per altre vie, sul piano culturale, praticamente sino a pochi giorni prima di morire. Erano presenti fra i tanti il senatore Carri, Enrico Manicardi, Oddo Torelli, Mauro Romoli, Vanni Orlandini, Cesare Catellani, l’attuale direttrice dei musei Elisabetta Farioli insieme a numerosi operatori dei Musei, e Patrizia Paterlini funzionaria dell’assessorato alla Cultura.

La salma di Giancarlo Ambrosetti è tornata nella “sua” Roma: sarà tumulata nella tomba di famiglia, accanto al padre, nel cimitero del Verano.

CHI ERA

Giancarlo Ambrosetti, 78 anni, archeologo, etruscologo fra i più insigni, fu allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli e amico del grande Massimo Pallottino, col quale si laureò a Roma in archeologia. Ha lasciato un’impronta indelebile nella rinascita dei Civici MuSei di Reggio restituiti grazie a lui alla dignità di istituzione culturale di livello europeo.

Ambrosetti era stato chiamato nel 1968 ai musei dal sindaco Renzo Bonazzi, su segnalazione di Bianchi Bandinelli, a sostituire Mario Degani alla direzione dei musei. Restò nel complesso San Francesco sino al 1998. Si opponeva al grande progetto di ristrutturazione giudicato da lui inutilmente faraonico e, anzi, un attentato al valore storiografico del Musei, e per questo fu “giubilato” con due anni d’anticipo.

Ambrosetti, inconfondibile per la sua barba, la capigliatura come una foresta e i maglioni invariabilmente trasandati, non nascondeva il proprio disprezzo per la normalità piccolo borghese. Tutto ciò non era apprezzato dai reggiani, in compenso non ostacolava la sua amicizia con  grandi intellettuali e imprenditori del calibro di Achille Maramotti. Aveva una cultura enciclopedica, e poteva vantare un’autorevolezza riconosciuta fra i principali studiosi italiani di storia antica. Burbero e buono, famoso e temuto per il suo acume e le battute fulminanti, fece crescere molti allievi. Ma soprattutto diede contributi di primo piano agli studi sull’Italia preromana un contributo. Con le sue intuizioni e i suoi scavi fu il primo studioso a spostare verso ovest, oltre Marzabotto e l’area bolognese, i confini del dominio etrusco nell’Italia. Con la sua gestione innovò profondamente e restituì dinamismo al complesso museale reggiano, da lui concepito come cosa viva e accessibile a tutti. Inaugurò collane editoriali, realizzò un grande lavoro sulla didattica (che continua ancora oggi), diede il via a una stagione memorabile di scavi nel territorio reggiano. Negli ultimi anni della sua direzione realizzò, con risorse esigue, il Museo di etnografia e archeologia del territorio reggiano. E a lui si deve il lavoro filologico che ha reso possibile la valorizzazione della Galleria Parmeggiani come testimonianza unica a livello europeo della Belle Epoque.

(Pierluigi Ghiggini)

Il ricordo di Nicola Cassone

“Ho conosciuto Giancarlo Ambrosetti nel lontano 1979; io ero un undicenne petulante, già totalmente avvinto dal fascino dell’antichità  e lo perseguitavo alle cene di famiglia con raffiche di domande, spesso incongrue e sconclusionate, sui temi dell’archeologia e della storia che mi stavano più a cuore.

Qualche anno dopo, era il 1983, già più grandicello e studente liceale alle prime armi, avevo preso l’abitudine, nei pomeriggi infrasettimanali, di andarlo a trovare in Museo. Ricordo esattamente le sue parole quando mi prese da parte e mi disse: “vediamo se la tua è veramente una passione o solo una psicosi manifestatasi precocemente” e mi mandò nel laboratorio archeologico del Museo a siglare, come volontario, i reperti paleolitici della stazione del Ghiardo di Bibbiano, dove Mauro Cremaschi, stava conducendo uno scavo archeologico di grande importanza. Quella fu la mia prima, esaltante esperienza da archeologo in erba.

Giancarlo giunse a Reggio Emilia come Direttore del nostro Museo nel 1968; veniva da Roma, dove si era distinto con una brillante tesi in etruscologia con il professore Massimo Pallottino, forse il più grande etruscologo di tutti i tempi; allievo del grande Ranuccio Bianchi Bandinelli, aveva già fatto esperienza all’estero con una missione archeologica dell’ISMEO nel Gandhara, in Afghanistan, nei primi anni sessanta.

Al suo arrivo in città i Civici Musei erano un istituzione statica, ingessata, che manteneva in gran parte la struttura espositiva ottocentesca voluta dal Chierici e da Naborre Campanini; il primo merito di Giancarlo fu quello di non smantellare le antiche collezioni (come era purtroppo abitudine a quel tempo), ma di preservarle, intuendone l’importanza come testimonianze della cultura erudita e dei criteri museologici dell’ottocento.

A fianco di questa attività di tutela delle collezioni storiche volle subito creare una struttura operativa di ricerca e prevenzione archeologica sull’intero territorio della provincia, intuendo come anche un piccolo museo civico potesse svolgere questo prezioso lavoro, andando non ad interferire, ma anzi a fare da complemento alle attività della Soprintendenze, allora penosamente carenti di organico.

Durante gli anni “70 tale struttura operativa cominciò a funzionare: al “vecchio” Abbo Fontanesi, lo storico custode del museo dei tempi di Mario Degani, si affiancarono il geologo Mauro Cremaschi, l’archeologo James Tirabassi, poi Attilio Marchesini, medievista ed esperto di storia patria; e poi tanti collaboratori e volontari.

In quella stagione felice dell’archeologia reggiana vennero effettuati lo scavo della necropoli romana della Gatta di Villaminozzo, gli scavi del sito protostorico di Campo Pianelli di Bismantova, le indagini sul crinale appenninico per studiare le stazioni mesolitiche, lo scavo della villa romana di Coviolo, della stazione terramaricola di Cavazzoli, del sito etrusco di Casale di Rivalta e tanti altri. A fianco all’attività di tutela ed indagine archeologica Ambrosetti dedicò la sua attività ad ampliare le collezioni civiche; innanzitutto riordinò ed ampliò, con la creazione di una sezione medievale, la Galleria d’Arte Antonio Fontanesi nel 1974, poi pose mano allo studio critico dei materiali della Galleria Parmeggiani, ormai chiusa da tempo, e quasi dimenticata; dopo anni di accurate indagini, condottte dai massimi esperti d’arte e collezionismo, chiamati a Reggio dallo stesso Ambrosetti, venne eseguito un esame critico dei materiali; venne alla luce un quadro di grande interesse; si trattava in gran parte di una raccolta di pastiche ottocentesche raccolte a Parigi dal Parmiggiani, raccolta che costituisce forse la più importante collezione europea di falsi d’autore, importante testimonianza del gusto eclettico del XIX secolo. La Galleria Parmeggiani venne così riaperta al pubblico nel 1988 e restituita alla cittadinanza.

Frattanto l’organico del Museo si era arricchito di nuovi funzionari, esperti nelle singole discipline legate alle sue collezioni, Elisabetta Ferioli per la Storia dell’Arte, Roberto Macellari, etruscologo, Silvia Chicchi geologa e naturalista; completavano l’organico Pietro Mussini, grafico e Maria Villani disegnatrice: in questo modo il museo di Reggio Emilia era diventato una struttura autonoma, di grande operatività, in grado da sola di condurre le attività scientifiche, catalogare ed inventariare i materiali, realizzare mostre e pubblicazioni, tenere rapporti scientifici con i principali centri di ricerca stranieri e d’Italia, un caso pressoché unico nel panorama dei musei civici italiani.

Per avere un’idea della modernità e della visione rigorosa e lucida di Ambrosetti del ruolo del museo come promotore dello sviluppo e della crescita culturale della comunità e del territorio, basta ricordare l’esempio della realizzazione del “Catasto Archeologico della Provincia di Reggio Emilia; un’opera all’avanguardia, in anticipo sui tempi di almeno trent’anni, che vide la pubblicazione dei principali siti archeologici della provincia su una base cartografica molto accurata, in scala 1:2000, mentre la Carta Archeologica d’Italia del ministero dei Beni Culturali si basava su una cartografia assai meno dettagliata, in scala 1:100.000, rendendolo uno strumento assai poco utile ai fini della tutela e della ricerca scientifica.

Ma oltre ai suoi indubbi meriti scientifici, Giancarlo va ricordato soprattutto per la sua vasta erudizione che metteva a disposizione di tutti, la sua visione del museo come di una casa aperta a tutti, eruditi o semplici appassionati,  il suo anticonformismo “strutturale”e non di facciata, la sua libertà di idee, a volte decisamente ed ostentatamente controcorrente, che lo rendevano a volte un personaggio scomodo per le istituzioni.

A questo riguardo, per rispetto nei confronti della verità storica, non può essere sottaciuto che Giancarlo, esattamente dopo trent’anni dal suo insediamento come Direttore, venne sbrigativamente “prepensionato” dalla nostra Amministrazione; era il 1998. Dopo anni di “dirigismo illuminato” da parte del PCI cittadino, si stava approdando alla luminosa stagione della Reggio degli affari e della speculazione edilizia: una stagione dove persone poco allineate come Ambrosetti, potevano diventare davvero scomode.

Da allora Giancarlo non volle più entrare nel “suo” (e grazie a lui nel “nostro” museo). Sarebbe davvero un bel segno di gratitudine da parte della città e delle odierne istituzioni poter accogliere il vecchio Direttore nel suo museo, per potergli rendergli un ultimo saluto.

(Nicola Cassone)

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Una risposta a 1

  1. miari alberto Rispondi

    17/10/2013 alle 20:51

    una persona che io ricordero sempre positivamente onesto intelligente obiettivo realista e bravissimo a portare avanti quello che per lui piu che un lavoro era un amore ciao Giancarlo

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